Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo di Ornella Sciucca su “ILDIARIOonline”
Si può amare profondamente un essere umano senza averlo mai incontrato? È una domanda che ha qualcosa di antico e di inquieto, e che mi sono posta dopo aver visto „Nel ventre della balena“ a Fiume. Non sapevo nulla di Marwa Manai, non conoscevo la sua voce, la sua storia, il suo volto. Ma in quello spettacolo ho sentito una presenza che mi ha attraversata — feroce e fragile insieme, limpida e profonda, una materia viva che portava dentro il buio, il silenzio, il dolore, e allo stesso tempo una lucidità rara, un senso assoluto di giustizia e una delicatezza che scuote. Mi sono innamorata del suo lavoro prima ancora di conoscerla. E quando l’ho incontrata, ho trovato una donna che ha fatto del pensiero un gesto corporeo, e della vulnerabilità una forma radicale di forza. Marwa non si mette in scena, non interpreta sé stessa. Dice le cose come sono, con una sincerità che disarma, e con una grazia che taglia con dolcezza, apre ferite silenziose e accompagna senza protezione. In questa conversazione mi ha affidato la sua infanzia, la sua rabbia, il silenzio che l’ ha abitata, l’amore per il teatro, e anche tutto ciò che le dà respiro e radice: la sua bellezza interiore, un senso profondo di dignità, la magia che la attraversa senza far rumore, e la sua nobiltà d’animo. Mi ha parlato con una generosità piena e incisa, che lascia un segno, che resta anche quando tace. E forse proprio da lì nasce il senso di questo incontro, da quella verità che non ha bisogno di essere spiegata. Marwa è luce che nasce dal buio, ma non lo dimentica. È corpo che ricorda, voce che resiste, teatro che guarisce senza mai promettere salvezza. Le sue parole mi hanno ferita e sollevata insieme. E questa intervista è il tentativo, profondamente grato, di custodirle come meritano.
La bambina che danzava nel cortile
Quando richiama alla mente i primi ricordi della sua infanzia, qual è la primissima immagine che affiora?
“Il mio primo ricordo è la casa di mia nonna a Kelibia, Mima Kaboura, dal lato materno, in una piccola città costiera dove, curiosamente, le frequenze radio italiane arrivavano più nitide di quelle tunisine. La casa è un Dar Arbi — una dimora tradizionale con un ampio cortile centrale, circondato da stanze e protetto da immense finestre ornate in ferro battuto. A lato, un giardino con un albero di fico maestoso. Mia nonna mi raccomandava sempre di non arrampicarmi, perché il lattice bianco dei fichi acerbi mi avrebbe bruciato la pelle. Ma io amavo quel bruciore, quell’irritazione — mi sembrava un segreto complice tra me e quel pezzo di terra. Ricordo quando tornavo dalla spiaggia con i miei zii — sono stata la prima e unica nipote per cinque anni — e il momento più esaltante era quando mi lavavano con la pompa nello spiazzo per togliere sabbia e sale. Poi crollavo, stesa su un paio di materassi attorno a un tavolino basso. Il pranzo veniva servito, seguito dal tè alla menta. Le donne della mia famiglia di solito facevano il bagno nel pomeriggio, dopo aver passato la mattina a cucinare, a rinfrescare il cortile, a bruciare incenso. A volte c’era musica, mentre l’ombra cominciava a coprire il cortile, e io danzavo — avevo a malapena quattro o cinque anni, immersa nella luce, nel sale, nella gioia. Quando evoco i miei primi ricordi, è sempre la casa di mia nonna a Kelibia che affiora per prima“.
C’è stato un momento, un incontro o un luogo che oggi riconosce come la vera genesi del suo percorso artistico?
“Ricordo mia madre, Faten, seduta in un angolo, le gambe incrociate, comoda su un divano, così assorbita nella lettura che bisognava chiamarla più volte prima che alzasse lo sguardo. Era un’insegnante, e durante le vacanze estive passavamo molto tempo insieme — una vera benedizione. Mi dava dei libri, non quelli illustrati per bambini, ma testi veri, pieni. Una volta qualcuno le chiese perché, visto che ancora non sapevo leggere, e lei rispose: “Farà finta di leggere finché non saprà farlo davvero“. E io lessi. Un ricordo mi si imprime con nitidezza: sedevo sul davanzale della finestra, uno spazio ampio e pieno di luce, incorniciato da una particolare inferriata ovale. Mia madre, mentre puliva, mi passava pennarelli e fogli di carta. Io disegnavo e scarabocchiavo segni senza significato, ma lei mi chiedeva comunque di raccontarle ciò che avevo scritto. In quei momenti, sotto il suo sguardo attento, inventavo vere e proprie storie. Ricordo che fu forse la prima volta in cui mi accorsi di appartenere alle narrazioni, alle parole e alla solitudine“.
Se segue il filo che unisce la bambina che è stata alla donna che è diventata, quali tappe considera i punti cardinali del suo viaggio personale e creativo?
“Non so se esistano davvero punti cardinali rimasti intatti nel tempo, ma credo fermamente in quella capacità che avevo, e che ancora mi appartiene, di sognare, senza misura, senza ragione. Fin da piccola immaginavo mondi interi. Vivevo immersa nella finzione, cresciuta con la convinzione profonda che soltanto la bellezza potesse salvare il mondo. I miei genitori erano persone semplici. Anche mio padre era insegnante, ma con l’anima da poeta. Non avevamo molto, da bambini, eppure eravamo certi di possedere tutto. Nulla, pensavamo, avrebbe potuto impedirci di diventare ciò che desideravamo. E quella certezza non mi ha mai abbandonata. È rimasto in me anche un sentimento naturale di fiducia, verso cose che oggi so essere complesse, ma che allora sembravano limpide: la giustizia, l’empatia, la verità, l’amore. Valori semplici. E insieme a questi, concetti come l’ambizione, la passione, la cura. E, curiosamente, la solitudine. Ricordo il tempo trascorso da sola, soprattutto dopo la nascita dei miei fratelli. Credo che anche quello abbia contribuito a formarmi. Sono cresciuta avvolta da tanto amore e credo sia ancora questo ciò che mi muove. Dove si cela, perché svanisce, in che cosa si trasforma, dove riporre ciò che ne resta, quando non c’è più, dove lasciarlo, quando le persone e le cose svaniscono. Da lì, credo, si sia tracciato il mio modo di abitare il mondo, e quel percorso artistico, se così posso chiamarlo, ha cominciato a scorrere come acqua quieta, senza sforzo, come se fosse la cosa più naturale al mondo“.
Il suono delle cicatrici
Al di sotto di tutte le opere che ha creato, di tutti i viaggi che ha compiuto, che cosa la muove davvero nella vita — quale corrente invisibile continua a sospingerla in avanti?
“Il desiderio di dare senso al mio passaggio sulla terra, di rendere viva la mia presenza. Che sia attraverso l’insegnamento, che amo profondamente, o attraverso la scrittura, l’archiviazione, il lasciare tracce non solo del mio cammino, ma soprattutto di quello altrui, cerco, nel mio piccolo, di incidere qualcosa. E quando riesco a offrire anche solo un istante di sollievo a qualcuno che attraversa la fatica dell’esistere facendolo sentire riconosciuto, dando forma al suo dolore o alla sua gioia, permettendogli di sognare, anche solo per un momento, e di allontanarsi da una realtà che, troppo spesso, è spoglia di luce, sento di aver fatto qualcosa che conta. Rimango curiosa, ed è questa curiosità che mi spinge a scavare, a immaginare, a trasformare, a restituire“.
Nelle sue opere sembra abitare una tensione costante tra memoria e oblio, tra la necessità di testimoniare e il pericolo che le parole vengano inghiottite dal silenzio. Questa lotta nasce più da ferite intime o da ciò che percepisce nel corpo vivo del tempo che abitiamo?
“Entrambe le cose. Direi che tutto nasce da molteplici ferite personali, che generano un continuo oscillare tra nostalgia e oblio. Lungo lavoro di scavo nei traumi, nell’apprendere i meccanismi che li innescano e nel disimparare comportamenti che portano alla cancellazione. Un processo che si accompagna a un rifiuto profondo di mettere a tacere la ferita. Ho perso mia madre nel 2017. Per molto tempo mi è stato difficile parlarne, mi sembrava quasi osceno portare alla luce un dolore incastrato nelle fessure. Oggi questa perdita, con il genocidio di Gaza, ha assunto proporzioni umane. Quest’estate ero ad Avignone, in un programma chiamato Transmission Impossible, e lì mi sono confrontata con il peso di portare un’identità stratificata, intricata, segnata da un trauma continuo: quello del colonialismo, del neocolonialismo, e della consapevolezza di nascere in una parte del mondo dove il tuo valore umano si riduce, sistematicamente, dal primo giorno di vita. Ingiustizia strutturale, istituzionale. Come portare tutto questo con dignità. Come raccontare la storia del proprio popolo senza chiedere pietà ma giustizia. Come accogliere il trauma degli altri senza appropriarsene, lasciandolo intatto nella sua forza, perché possa essere ascoltato. È così che il lutto diventa allo stesso tempo cicatrice personale e corpo vivo del nostro tempo. Credo che il dolore incarni l’essenza stessa di questa tensione: tra il silenzio e le parole, tra il ricordare ciò che è stato, il nominare la perdita, il piangere il vuoto, e il soffocare quelle stesse parole quando diventano un segno privo di vita, quando non trovano spazio in cui posarsi. In quel senso, il silenzio, quando nessuno accoglie le parole, diventa esso stesso linguaggio. Rifletto spesso sulla spiegazione di Harold Pinter, quando gli chiesero la differenza tra una pausa e un silenzio nella sua opera. Disse che una pausa è silenziosa, ma il silenzio è vociferante. Una pausa è quando finiscono le parole, quando non c’è più nulla da dire. Il silenzio, invece, è pieno di parole. È una lotta. Ci sono troppe parole che affollano la mente, e devi scegliere quali dire, sapendo che ognuna può ferire di più o di meno. È così che vedo il silenzio: non assenza di linguaggio, ma la sua sovrabbondanza — parole troppo forti, dolorose, immense per poter essere tradotte in linguaggio umano“.
Dove finisce la vergogna, inizia il coraggio

“Nel ventre della balena“ evoca uno spazio liminale in cui il migrante è sospeso tra vita e non-vita. Lei ha mai abitato un “ventre” simile — un luogo che l’ha costretta a fermarsi, a voltarsi verso l’interno, prima di poter tornare a respirare l’aria del mondo?
In “Frammenti di un discorso amoroso“, Roland Barthes scrive che la catastrofe amorosa può avvicinarsi a ciò che, nel dominio psicotico, è stato definito una situazione estrema (…) e queste due situazioni hanno in comune l’essere, letteralmente, situazioni di panico: senza resto, senza ritorno”. È in questo senso che rifletto sulla domanda, e mi permetto di accostare a quella dell’emigrante alcune esperienze personali, pur se lo spazio liminale, nel mio caso, è stato più psicologico che fisico. Questo accadeva spesso quando le persone non si rivelavano per ciò che sembravano. Lo scarto tra l’essere e l’apparire mi ha sempre colta alla sprovvista, e ogni volta si apriva uno spazio sospeso, un tempo immobile, finché non comprendevo la portata dell’inganno. Amici, artisti, collaboratori: ho lottato a lungo per conservare la mia ingenuità, quella di prendere le cose per come si mostrano, di credere alle parole, di vedere la luce che il bambino custodiva prima che la vita lo trasformasse. È questa, ancora oggi, a tenermi a galla. La vita è dura, e gli esseri umani attraversano prove molteplici. Mi sono spesso trovata davanti a eventi inattesi, che mi lasciavano in una terra incognita, dove nessuna regola sembrava più valere. È in quell’intervallo che ho ridefinito valori essenziali del mio modo di vivere, del mio sguardo sugli altri, e ho imparato una nuova indulgenza verso le fragilità. Siamo una specie profondamente imperfetta, e il conto — per quanto altissimo — fa parte del prezzo da pagare. Credo che, a modo in cui amante abbandonato può conoscere una sofferenza paragonabile a quella di un sopravvissuto, così un bambino o un adulto dal cuore spezzato, aggrappato a un filo per mantenere la fede e riorientarsi nel mondo attorno a sé, non sia lontano da un migrante clandestino che cerca di decifrare le nuove leggi e regole con cui sopravvivere“.
Nei suoi spettacoli il confine non è mai soltanto geografico; è anche psicologico, emotivo, culturale. Esiste un confine interiore che ancora oggi esita, o non riesce, ad attraversare?
“Sto lavorando a un progetto intitolato “Matrioske senza braccia“, che affronta il trauma transgenerazionale incarnato lungo la linea matrilineare. Racconta la storia di una donna che si risveglia con un dolore che riecheggia il dolore di altre donne, attraverso il tempo e lo spazio. Ho potuto dare forma a questo progetto solo dopo anni trascorsi a sopravvivere a un trauma personale — un trauma fisico, una situazione che, da un punto di vista legale, rientrerebbe nella categoria dei crimini passionali — al termine della quale mi sono ritrovata con una doppia frattura alla mandibola e sette mesi di silenzio assoluto. Se proprio volessimo cogliere una luce in fondo a quella spirale, potremmo dire che, subito dopo quel periodo di mutismo, mi sono iscritta a una scuola di recitazione; come vuole il cliché, per far risuonare la mia voce sul palcoscenico. Solo che, in quel momento, era reale. Ero già docente universitaria, la mia carriera accademica si stava delineando con una certa chiarezza, ed è proprio in quel momento che ho capito di voler fare teatro — qualcosa che, ancora oggi, non riesco del tutto a spiegare. So solo che l’ho sempre desiderato, e che ho dovuto lottare molto contro le pressioni familiari, che insistevano affinché io intraprendessi una strada stabile, in grado di garantirmi un sostentamento. In qualche modo, è stato inevitabile che il teatro e le crisi legate a un trauma emotivo profondo si intrecciassero nella mia pratica. Ed è proprio questo il confine con cui ho combattuto a lungo: parlare di quella violenza, raccontare cosa significa vedersi sottrarre il corpo, essere privati di ogni possibilità di scegliere per sé, rimanere intrappolati in un istante in cui la probabilità di uscirne vivi era pari a quella di non farcela. Per molto tempo, ho evitato di attraversare quel limite, di raccontare una storia così personale. Di recente, però, ho capito che sarebbe ipocrita continuare a raccontare le storie altrui, esponendo le ferite altrui, mentre la mia rimane nascosta, soffocata da una paura instillata in noi fin troppo presto — quella che nasce dallo stigma di essere una vittima di violenza, o di essere nata da una vittima. Racconto questa storia attraversando frontiere intersezionali, transnazionali, geografiche, storiche e trans-storiche, esplorando ciò che considero il corpo femminile come contenitore, nel senso più elementare e biologico del termine, così come nelle sue implicazioni politiche, culturali, filosofiche e ideologiche“.
La materia grezza dell'esistere

Dal padre assente di “Il nome del padre“, al lutto di “Senza titolo”, fino alla sospensione identitaria di “Nel ventre della balena“: se esiste un filo rosso che lega questi mondi, è tessuto di memoria, di assenza, di resistenza… o di qualcos’altro? E quanto di quel filo le appartiene?
“È tessuto a partire da situazioni-limite, e dunque, sì, da memoria, da assenza, da resistenza, ma anche da qualcosa che va oltre. Sono condizioni in cui ogni riferimento si dissolve, non c’è più alcuna mappa, nessun segnale, nessuna griglia per orientarsi nel territorio, che resta sconfinato e sconosciuto. Che si tratti di momenti di psicosi — come in “Senza titolo“ — o del lutto profondo che attraversa “Il nome del padre“, dove l’incesto, rimasto sepolto come un segreto di famiglia, riemerge e si trasmette in modo inconscio, come una colpa tragica, o ancora di una crisi d’identità — in tutti questi casi ci si ritrova in un mondo che smette di avere senso. È lì che si manifesta un’esistenza allo stato grezzo, non ancora filtrata da linguaggio, norme, consuetudini. Una condizione primitiva, ipotetica, in cui l’essere umano si confronta con la propria domanda ontologica e con l’abisso del possibile: la possibilità di distruggere, ma forse anche di conoscere. Tutto ruota attorno alla ricerca senza fine nei recessi più oscuri della psiche, in ciò che resta quando ci si chiede davvero cosa significhi essere umani. Che si parli di malattia mentale, di segreti familiari, di migrazione, di ingiustizia, sono sempre esseri umani colti in momenti di solitudine estrema, costretti a rinegoziare da capo il senso dell’esistere. Una specie pensante, incapace di pensare una via d’uscita da questo buco nero di insignificanza“.
Non è resa, è lucidità
Molti dei suoi personaggi vivono in bilico tra dignità e compromesso, tra verità e sopravvivenza. Nella sua vita, artistica o privata, le è mai accaduto di dover rinunciare all’una per salvaguardare l’altra?
“Sì, certo che è successo. La vera domanda è fino a che punto ci si può spingere nel compromesso prima di perdere la propria sostanza, prima che la verità cominci a diventare il suo contrario, prima che la dignità si consumi in modo irreversibile? Il fatto che io sia qui, a condurre questa conversazione con una certa serenità, è già di per sé un segnale positivo, un indizio sano del fatto che ho attraversato situazioni molto difficili riuscendo, per la maggior parte del tempo, a rimanere fedele a ciò che mi ha formata, ai miei valori, a ciò in cui credo, a chi sono, come persona e come artista. Ma è estremamente difficile. Vivo in una parte del mondo che ancora porta addosso le conseguenze della colonizzazione — dalla burocrazia alla corruzione, dal nepotismo alla mancanza cronica di risorse, fino a lunghi decenni di analfabetismo politico, e potrei continuare. Disinnescare e disimparare tutto ciò che quell’eredità ha lasciato, per mancanza di un termine migliore, è una lotta quotidiana. Quando fai un’arte che si discosta da quella dominante nel contesto in cui sei cresciuta, quando porti una visione del mondo, dei valori, delle coordinate culturali molto diverse da ciò che ti circonda, sei automaticamente considerata un corpo estraneo. E per riuscire a resistere senza andare in frantumi, a volte devi piegarti. Mi sono trovata in situazioni in cui ho dovuto rivedere le mie scelte, deviare dal mio impulso naturale per allineare i miei obiettivi a logiche istituzionali — in particolare in certi ambienti culturali tunisini — che mi erano completamente estranee, o addirittura incomprensibili. Ma il motivo, o almeno uno dei motivi, per cui continuo a fare fatica, per cui il mio lavoro, ad esempio, non gira quanto potrebbe, è proprio la mia scelta di non accettare l’ingiustizia, di denunciare la corruzione, di chiamare le cose con il loro nome. E questo, nel mio contesto, non è ben visto. Questa lotta locale ha echi molto simili a livello globale. Sono sempre stata a favore della Palestina, perché è una posizione umana: il sionismo è una forma di colonizzazione e, quando espropri un popolo della sua terra, della sua lingua, dei suoi costumi, della sua cultura, della sua storia, della sua identità, e lo fai nell’impunità più assoluta, non c’è libro al mondo che possa giustificarlo. Quando la brutalità raggiunge la soglia del genocidio — uccidere, mutilare, bombardare ospedali, assassinare bambini inermi — allora non puoi presentarti sulla scena internazionale come artista e fingere che quella non sia la tua causa. Non è soltanto una causa; è il DNA. Il sangue viene versato, e il sangue non può trasformarsi in acqua. Come direbbe Shakespeare, può tingere i mari d’incarnato. Il sangue è quella cosa che resta, che non evapora. E quando oceani di sangue si frappongono tra te e un’altra civiltà, costruire un ponte che riconosca quel sangue — e permetta di comunicare attraverso di esso, non malgrado esso — diventa terribilmente difficile. Allora metti la tua dignità accanto al compromesso, con precisione. E continui a ricordare a chi ti costringe al compromesso che si tratta di una scelta consapevole, non di una resa. Non per mancanza di alternative, ma perché, in quel momento, scegli di incontrarti a metà strada per costruire, anziché distruggere. E questo non può accadere senza un riconoscimento autentico — la condition d’être perché quel compromesso possa ancora contenere dignità“.
La luce, la devi creare tu
In Tunisia, in Europa, ovunque si faccia teatro, il paesaggio culturale erige barriere visibili e invisibili. Qual è, secondo lei, quella che oggi ferisce più profondamente gli artisti? E quale gesto, piccolo o monumentale, potrebbe cominciare a incrinarla?
“L’othering. È questo processo di disumanizzazione e di costruzione dell’altro come figura estranea che ferisce più a fondo gli artisti. Che si manifesti sul piano professionale — attraverso l’isolamento, la riduzione, l’esaurimento; rendendo il lavoro artistico superfluo, limitandone la mobilità, soffocandone la pratica, esercitando pressioni politiche, imponendo censure, tagliando i fondi — oppure sul piano culturale, trasformando l’artista in un oggetto d’élite, mentre si inonda il mondo di contenuti. Questo processo inquietante, in cui l’arte viene degradata a semplice „contenuto“, in cui l’artista viene sostituito o spinto ai margini, mentre si moltiplicano canali e piattaforme dedite all’intrattenimento più superficiale, fino a marginalizzare il lavoro significativo — è, secondo me, il vero pericolo. L’arte sta diventando gradualmente qualcosa di esoterico, distante, alienante. E credo che gran parte della responsabilità sia da attribuire ai mass media, ma anche a quei sistemi che, nel corso di decenni e secoli, hanno lavorato con tenacia per trasformare chi consuma cultura in un soggetto inconsapevole. A dominare oggi sono la fama effimera, la falsità, il denaro, la mercificazione della cultura, la sua riduzione a moneta simbolica. Un gesto capace di incrinare tutto questo dovrebbe essere di proporzioni monumentali. Forse è una visione pessimista, ma non credo che oggi i piccoli gesti abbiano ancora la forza di un grande impatto. Non siamo più in una situazione in cui il battito d’ali di una farfalla possa provocare un tornado, per usare un’immagine abusata. A mio avviso, la soglia cognitiva dell’essere umano è stata alterata, in modo quasi irreversibile. Servirebbe un impegno educativo enorme, un investimento strutturale nella cultura e nell’arte, un cambiamento radicale nelle politiche pubbliche, un movimento collettivo di portata colossale per generare un cambiamento vero, duraturo, sostenibile, che scelga la bellezza al posto dell’euro. Può sembrare ingenuo, ma è ciò in cui credo profondamente“.
Nei suoi lavori, la parola e il silenzio si inseguono come forze intrappolate in un duello eterno. Quando sente l’urgenza di scrivere, è un atto di liberazione, di sfida, di cura o qualcosa di ancora più primordiale?
“Scrivere è un atto di sofferenza assoluta. È solitudine. È giudizio. È dolore. È come un animale ferito che si contrae a scatti, bocca spalancata, cercando di partorire una combinazione di sillabe capace di toccare la corda giusta. È un richiamo a ogni suono che è stato affidato al tuo sistema nervoso, nel tentativo di restituire una sfumatura precisa di emozione. È un corpo a corpo continuo con quella cosa che chiamano sindrome dell’impostore: interroghi ogni parola che scrivi, poi interroghi il motivo stesso per cui stai scrivendo, poi metti in dubbio la tua legittimità nel raccontare quella storia, e alla fine metti in discussione l’intera traiettoria della tua vita. È un’onda interminabile di dubbio che ti avvolge, ti inghiotte, e ti lascia dentro a un tunnel lunghissimo che continui a scavarti da sola — ma fuori da quella galleria non c’è nessuna luce. La luce, la devi creare tu. Scavi e scavi e scavi con le dita che sanguinano, osservando i tuoi lombi bruciare, finché non la trovi. La crei tu, quella luce. Ed è proprio per questo che scrivere è anche, inevitabilmente, un grande atto di esorcismo“.
Ciò che resta, quando tutto è stato dato
C’è un sogno, artistico o umano, che non ha ancora trovato il modo di affiorare alla luce? Se potesse liberarlo ora, senza vincoli e senza filtri, cosa offrirebbe al mondo?
“È la possibilità di essere — semplicemente essere — senza pressione. Sogno un mondo in cui il patriarcato non abbia sempre l’ultima parola, in cui il potere non sia l’unico orizzonte possibile, e in cui ogni essere umano possa conservare la propria dignità, indipendentemente dalla condizione fisica, di genere, religiosa, sessuale, ideologica, politica, economica o sociale. Solo essere. La possibilità, appunto, di poter semplicemente essere. So bene quanto tutto questo suoni ingenuo, fino quasi alla piccolezza. Ma vorrei tanto che potessimo avere questo raduno umano, planetario, come se ci tenessimo per mano da un capo all’altro del mondo, e dicessimo, uno a uno, i nomi di tutte le vite che abbiamo sciupato e delle persone che abbiamo perduto: per follia, per follia farmaceutica, per follia bellica, per follia da guerra civile, per la follia dell’uomo, per la follia che ci porta a costruire armi invece di sfamare chi ha fame, a fabbricare yacht e palazzi che prosciugano le risorse del pianeta invece di costruire rifugi per chi dorme per strada, e per la follia di assediare un intero paese, dopo anni di occupazione, impedendo persino che il cibo raggiunga i bambini. Vorrei solo uno spazio di guarigione attraverso la giustizia. E, da essere umano minuscolo, molto egocentrico, in quel cerchio, desidererei anche un angolo in cui ritrovarsi, insieme, a riflettere sulla bellezza folle, indistruttibile, smisurata e incomprensibile del teatro“.
Se non fosse diventata regista e drammaturga, quale altra vita immagina avrebbe vissuto? Ci sarebbe stato comunque un filo narrativo da seguire, o avrebbe scelto un orizzonte completamente diverso?
“Credo che sarei diventata medico. Sono sempre stata affascinata dall’anatomia umana. Mi ha sempre incuriosita questa macchina che lavora instancabilmente, giorno e notte, negli intervalli infinitesimali dei nanosecondi che compongono la nostra esistenza — secondo un ordine connesso, rigoroso, infallibile — e poi il guasto, il difetto, l’interruzione in quello stesso ordine, che genera la malattia. I suoi modi di funzionare, e i suoi modi di smettere di funzionare, e l’enorme quantità di inconscio che sostiene e accompagna questo meccanismo. A suo modo, anche questa è una forma di narrazione, guidata dalla curiosità, dalla scoperta, e dalla tensione a comprendere la vita umana, che resta, credo, la più grande delle narrazioni possibili“.
Tra le prove più dure e le gioie più luminose della sua carriera, quale momento sceglierebbe come bussola interiore, per mantenere la rotta? E se potesse guardare dieci anni avanti — non solo nella sua vita, ma nella storia condivisa del nostro mondo — quale scena vorrebbe vedere rappresentata sul palcoscenico dell’umanità? Sarebbe un atto di giustizia, un gesto d’amore, un silenzio finalmente colmo di voci o qualcosa che ancora non riusciamo nemmeno a immaginare?
“La mia bussola interiore è quel momento in cui lo spettacolo sta per cominciare — uno spettacolo che ho scritto e diretto io — e, in quei pochi istanti di buio prima che si accendano le luci, inspiro profondamente, condividendo l’aria con il pubblico. Il cuore mi batte così forte che sembra voler uscire dal petto, e se, in quel frammento di tempo, sento di meritare quel momento — di aver dato davvero tutto quello che avevo, di essermi guadagnata il privilegio che delle persone abbiano lasciato il calore delle loro case per venire a teatro, guidate solo dalla fiducia — sento di avercela fatta. Che non ho tradito quella promessa. E che ciò che ho preparato per loro è, autenticamente, la cosa che mi ha tenuta sveglia di notte, che mi ha strappato lacrime, sonno, sudore — il culmine di tutto ciò che sono. E spero che, in quello scambio, in quella finestra minuscola in cui prendo qualche minuto della loro vita per versarvi dentro la mia, entrambi abbiamo guadagnato del tempo vero su questa terra. E se penso a dieci anni da oggi, sul palcoscenico del nostro mondo, sogno qualcosa di simile: un momento umano, condiviso, un silenzio pieno di promessa, di magia, di intenzioni buone, di amore, e di una ricerca reale, concreta, di giustizia“.
Note biografiche
Marwa Manai è professoressa associata di Lingua e Letteratura Inglese, con cattedra a tempo indeterminato, e pluripremiata autrice e regista teatrale. Dopo essersi diplomata all’École Normale Supérieure, ha proseguito la sua formazione presso la Scuola di recitazione del Teatro Nazionale Tunisino (2014), entrando successivamente a far parte della Compagnia Nazionale Giovani (2015), dove ha lavorato come attrice, co-autrice e assistente alla regia in produzioni internazionali dirette da Fadhel Jaibi e Raja Ben Ammar. Ha conseguito un Master in Theatre-Making presso l’Università di York (UK), come borsista Chevening, ottenendo sia la miglior media accademica che il premio per il miglior progetto finale (2021). Come regista, drammaturga e autrice ha firmato diverse produzioni rappresentate su scala internazionale, tra cui “Il nome del padre” (2019), “Sulla soglia” (2020), “Ancra-je” (2022) e “Senza titolo” (2024). Ha inoltre preso parte a programmi internazionali come il Séminaire d’Avignon (2021), la European Theatre Academy (2023), Transmission Impossible (2025) e a residenze tra cui Les Francophonies e la Cité Internationale des Arts di Parigi. Nel 2025 è stata selezionata come Global Connector per l’IETM. Il suo ultimo progetto, “Nel ventre della balena”, è una coproduzione tra il Teatro Nazionale Tunisino e il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, ed è andato in scena in prima assoluta nel gennaio 2025. È inoltre autrice del testo “The Dignity Project” di Chokri Ben Chikha (Dream City, ottobre 2025), e attualmente sta sviluppando il nuovo progetto “Matrioske senza braccia” attraverso diverse residenze artistiche internazionali. Impegnata nella ricerca di nuove drammaturgie, Marwa Manai continua a interrogare il significato dell’essere umano oggi attraverso esperienze teatrali visive, fenomenologiche e materiche, da condividere con il pubblico.



Treviso 30 09 2025 – Grazie di questo contributo…