C’era una volta Trieste. E c’era pure il suo manicomio, appollaiato in collina. Ogni giorno dal 1959 a portare la biancheria pulita era “Marco” un cavallo diventato un amico per pazienti e operatori. Nel 1972 però si decise di sostituirlo con un furgone più scattante e per Marco si aprì la prospettiva del mattatoio. Niente da fare. I “matti” protestarono e il cavallo fu adottato dal manicomio e pensionato dignitosamente.
Nel frattempo, a Trieste è arrivato il dottor Franco Basaglia e la sua equipe che rivoluziona la vita, anzi la non vita, dei degenti. Il manicomio non deve essere più un carcere ma un luogo di cura, quelle persone non devono essere più nascoste ma curate fuori dalle camere-celle. Nascono dei laboratori creativi, in uno di questi qualche artista, tra cui Vittorio Basaglia, e un gruppo di “matti” hanno un’idea: costruire un cavallo, un grande cavallo nella cui pancia riporre i sogni dei ricoverati. Celeste come il cielo fuori dal manicomio. Si lavora, altro quattro metri, di legno e cartapesta, poggiato su una base con delle ruote per muoverlo. Ridendo e incollando è pronto. Frustrazione: è troppo grande, non può uscire da nessuna porta del manicomio. Poi un’idea che cambia tutto. Mazza e piccone si butta giù un pezzo di muro e Marco può uscire. Con gioia, con sorrisi magari sdentati, viene portato giù per le vie della città.
È un simbolo evidente della riforma sulla chiusura dei manicomi che verrà approvata nel 1978, la legge Basaglia.
Marco Cavallo diventa un simbolo, ha una vita autonoma, è protagonista di manifestazioni, di battaglie non solo in Italia. Va anche all’Expo di Milano, a Firenze, perché è bello, ingenuo e sincero. Se ne fanno delle copie e una di queste va a Gradisca, vicino a Gorizia, per protestare contro il CPR.
Beh, da sabato mattina arriva a Mogliano al Parco della Cultura, informatevi. Siamo curiosi.


