Matilde il sacrificio e il sorriso

Mia madre diceva sempre che c’era vento caldo tra le calli, il giorno in cui sono nata. E quel vento forse è rimasto con me nel corso della mia vita, fin da quel giorno di maggio del 1896 in cui sono venuta al mondo a Venezia, nel palazzo della mia famiglia. L’ultima nata nella famiglia Zamperini Schumann, una piccola sorpresa dopo tre figlie e un figlio, e forse fu proprio per compensare che diedero a me, l’ultima nata, il nome di una bisnonna: Matilde.

La mia infanzia fu soprattutto un periodo di pace e di scoperta, tanto dei lunghissimi corridoi del palazzo che delle calli di Venezia, che per me costituivano due elementi di uno stesso mondo, il nostro mondo, bellissimo e isolato. Mia madre, sempre un po’rigida nella severa dignità che si era portata dall’Austria, cercava per quanto possibile di limitare la mia esuberanza, ma finiva sempre per dover cedere a mio padre che invece incoraggiava la mia curiosità e la voglia di conoscere.

Fu per sua scelta che, invece che essere affidata a tutori privati come avrebbe voluto mia madre, fui mandata a studiare all’Istituto delle Canossiane. Fu li’, in quelle stanze ammuffite ma piene di cultura e sapienza, che trovai quello che la mia mente cercava disperatamente : filosofia, storia, letteratura classica, Socrate, Marco Aurelio e poi tutti i grandi pensatori cristiani. Ricordo bene come ben presto fui presa, mente e anima, in particolare dalle scuole di pensiero che vedevano nel servire gli altri il massimo compimento di una vita : qualcosa nell’idea di dedicarsi agli altri trovo’ la strada per il mio cuore e vi sarebbe rimasto per sempre.

Ma tutto cambia, e il tempo non aspetta nessuno. Pochi giorni dopo il mio diciannovesimo compleanno l’Italia entro’ in guerra, quel gigantesco massacro che sarebbe poi stato chiamato «Prima Guerra Mondiale». Mia madre, la più religiosa della famiglia, aveva pregato a lungo affinché il conflitto che stava bruciando l’Europa ci risparmiasse, ma evidentemente la sua devozione non era stata sufficiente. E fu cosi’ che prima che ce ne rendessimo conto le nostre vite furono sconvolte: mio fratello Arturo, unico uomo della famiglia oltre a mio padre e ai mariti delle mie sorelle, dopo pochi giorni parti’ per il fronte. Era cosi’elegante e fiero nella sua uniforme da Capitano della Cavalleria. Elegante, fiero e tragicamente ingenuo, e cosi’ come lui tanti altri…noi compresi, che salutavamo la sua partenza sventolando bandiere. Fu credo proprio quella stessa ingenuità, unita al mio desiderio di sentirmi utile, che mi fece sorgere in cuore il desiderio di unirmi alla Croce Rossa come infermiera volontaria: il risultato tuttavia fu che, forse per la prima volta, i miei genitori si trovarono d’accordo nel vietarmelo categoricamente. Capivo che lo facevano per amor mio, ma la rabbia e la frustrazione erano davvero dure da accettare.

Non passarono molte settimane che arrivo’ quel fatidico, maledetto telegramma che avrebbe cambiato tutto: mio fratello Arturo era morto combattendo sull’Isonzo. Il dolore fu una marea che ci travolse, reale come niente che avessi mai provato prima in vita mia. Per giorni mia madre non usci’ dalla sua stanza, e mio padre da par suo sembrava un fantasma che si aggirava pallido e silenzioso per il palazzo. Paradossalmente fu proprio quel dolore immenso a darmi la forza e la lucidità che mi servivano per prendere in mano il mio destino, e un mattino mi presentai davanti ai miei genitori con una valigia in mano, dicendo semplicemente «Vado a Padova per entrare nella Croce Rossa». Non sapevo che reazione aspettarmi, e per certi versi non me ne preoccupavo: la decisione era presa, non avrei più aspettato per fare qualcosa della mia vita. Tuttavia, forse privati delle energie a causa del dolore, forse per la prima volta consapevoli di me come persona e non solo come figlia, i miei genitori non tentarono più di fermarmi. Un abbraccio, il più lungo e intenso di sempre, fu il nostro saluto.

Arrivata a Padova, mi sentii come se stessi vedendo il mondo reale per la prima volta. L’ospedale della Croce Rossa era un incubo senza fine di carne bruciata, arti distrutti, urla e sangue. La verità della guerra mi investi’ con la furia di una tempesta, senza filtri e senza pietà. Il primo ferito che vidi in vita mia fu un soldato giovanissimo, diciotto anni al massimo, senza più le gambe, e lo sguardo vuoto. Rividi per un istante mio fratello, e per un istante sentii il cuore andare in pezzi e la gambe cedere. Ma mi imposi di reagire : le mie lacrime non avrebbero aiutato nessuno, il mio lavoro si’. Sorrisi a quel povero ragazzo, il primo di tanti che avrei visto. E mi misi all’opera, seguendo gli ordini e facendo il meglio che potevo : pulivo, cucivo, lavavo, sorridevo. E pregavo.

Passai nell’ospedale di Padova tutta l’estate del 1915, finché a settembre il reparto a cui appartenevo fu inviato all’ospedale di Romans d’Isonzo. Ero già diventata la « signorina col sorriso », un soprannome che mi avevano dato i soldati convalescenti. Lo usavano senza ironia, e Dio sa quanta fatica facevo a mantenerlo, quel sorriso, quando intorno a me c’era solo orrore e paura. Ma non potevo cedere, non me ne concedevo il diritto. E quando arrivammo a Romans, a due passi dal fronte, tutto questo divenne cento volte più vero. Li’ più che mai gli uomini erano carne gettata in una terrificante macchina di morte, e il dolore era onnipresente come l’aria. Per la prima volta vidi in prima persona il nemico, vale a dire prigionieri austriaci, feriti e spaventati – spesso mi veniva chiesto di fare da interprete, e in quelle occasioni non riuscivo a ignorare che quei ragazzi brutalizzati dalla guerra non erano diversi da quelli che avevamo nell’ospedale, erano solo nati dall’altra parte di una linea immaginaria e per questo erano stati educati ad odiarci. Ma erano solo ragazzi, tutti loro, solo ragazzi.

Lavorammo per due anni a Romans, ogni giorno senza sosta, fino all’autunno del 1917, fino a Caporetto, quando in un giorno tutto il mondo crollo’ intorno a noi. Soldati, infermiere e civili, uomini e donne, e anche gli animali, si trasformarono in un fiume disperato che correva verso ovest per salvarsi. Fu in quella corsa attraverso il fango e le campagne che incontrai Ettore, o meglio il tenente Ettore Franceschini, con i suoi occhi gentili e il suo accento bolognese. Timido, riservato, quasi rigido nei suoi modi, eppure capace come forse nessun’altro in quell’inferno di farmi sentire a mio agio e a volte anche di farmi ridere. In parole povere, stavamo davvero bene insieme. E lentamente, quasi con vergogna, cominciai a pensare che forse, dopo la guerra, io e lui avremmo potuto essere qualcosa.

Ma l’universo aveva altri piani.

A novembre del 1917 lavoravo nell’ospedale militare di San Biagio di Callalta, il caos della ritirata ancora che infuriava intorno a noi. E il dolore e la sofferenza non cessavano, tutt’altro. Io e le mie colleghe facevamo di tutto per immergerci nel lavoro e non pensare, che spesso era l’unica via di scampo per non impazzire. Ricordo che io e Francesca, un’infermiera di Bergamo, ci stavamo concedendo una tazza di the, un bene prezioso, quando arrivo’ l’esplosione. L’artiglieria austriaca ci aveva preso di mira, e con precisione spietata ci aveva trovati. Per un istante vidi nella mente i volti dei miei genitori, di mio fratello, di Ettore…sentii il vento sul viso – poi più nulla. Morimmo in 39.

Non ho rimpianti. Anche se quella fu la fine prematura di tante cose, di tanti desideri che avrebbero potuto diventare realtà, so di aver vissuto dando un senso al mio tempo, e non avrei potuto chiedere di più.

Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

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