La partenza del mio ragionamento è una negazione.
Chi ritiene di collegare la possibile salvezza di Venezia come “città vera”, vivibile, attiva, “normale” al puro controllo del turismo tramite rallentamenti (prenotazioni), blocchi (tornelli), divieti (posteggi) o tasse (biglietto d’ingresso) vi sta clamorosamente ingannando.
È infatti impensabile che qualsiasi contenimento modifichi un immaginario collettivo, cambi una rendita di posizione, determini un diverso senso della città.
Perché da qui partiamo.
Dal “senso della città”.
E a tutti appare evidente che oggi il senso della città è uno solo.
La più importante meta turistica sognabile e vivibile.
Ora tutto ciò è ormai storia e non possiamo non leggerne le conseguenze che appaiono fondamentalmente le seguenti.
- La forte diminuzione degli appartamenti destinati a chi vuole risiedere per lavoro o per studio con l’aggravante di costi di affitto o di acquisto sproporzionati perché dimensionati appunto sulla richiesta turistica.
- Il dimensionamento commerciale sempre più di “ragione turistica” e legato a una presenza di abitanti sempre più scarna con l’unica variante positiva dell’esistenza di un certo numero di supermercati anche effetto degli appartamenti in affitto.
- Il senso accattivante delle iniziative culturali è poi sempre più evidente e, per certi versi ovvio, perchè legato a una frequentazione che non può che essere turistica.
E spesso, al di là delle Istituzioni più importanti, rischia di vincere un’offerta banale di facile proposta ad un pubblico che ama gli stereotipi dell’italianità. - Il cambiamento oggettivo di ceti sociali abitanti a Venezia o che ivi lavorano sta andando drammaticamente avanti.
Infatti chi affitta un appartamento a giorni, chi lavora in un ristorante o in un bar (a Venezia con una densità quasi inimmaginabile), chi affitta un fondo commerciale, chi ha un negozio orientato alle necessità o ai desideri turistici, e infine chi opera in attività di servizio al turismo non potrà che maturare coscientemente o meno una idea precisa: il suo interesse è che questo turismo continui e prosperi. Perché se la sua fortuna è legata a questo fenomeno allora poco importa se ha effetti collaterali devastanti.
Vi sarebbero anche altri dati negativi da proporre e esaminare ma non è questo l’unico scopo di questa riflessione.

Il ragionamento infatti partiva da un assunto preciso: la critica all’overtourism non presuppone la salvezza della città.
Attenzione: nemmeno il denaro da richiedere allo Stato, all’Europa o agli stessi turisti la salva automaticamente.
E altrettanto può perfino divenire inutile la dimensione di “Città Stato”.
Perché la domanda insoluta ed evitata è una ed è precisa: perché tutto ciò?
Perché avere più soldi?
Perché avere più poteri?
La domanda non è peregrina.
Anzi, è fondamentale per due ragioni.
Una logica e semplice: si vuole capire se poteri einvestimenti sarebbero legati solo a rafforzare una dimensione turistica della città con l’obiettivo di contenere il numero dei visitatori e di qualificare il ceto e il reddito portato alla città lagunare.
Perché queste sono le dichiarazioni che si leggono e che appaiono dominanti.
Questa scelta può avere aspetti positivi per gli attuali (e pochi) residenti ma non cambia in nulla il destino della città.
La consacra e tenta di modificarne il trucco lasciandone rughe e ferite sotto il cerone.
La seconda chiave di lettura che rende insopportabile questa scelta è quella legata alla comunicazione e all’immagine.
Assomiglia a quelle dichiarazioni istituzionali che da una parte dicevano che l’espansione turistica andava bloccata e dall’altra vedevano nascere ogni giorno nuovi alberghi a Mestre, a Venezia, al Tronchetto.
Ciò lo vorrei chiamare un depistaggio, una scelta di pessimo gusto che apparentemente nasce sulla critica alla monocultura turistica e in realtà serve solo ad amministrarla.

Da qui bisogna ripartire.
Dal concetto di monocultura.
Esso infatti non è totalmente vincente.
Esiste una strada diversa e percorribile che però non può vedere dichiarazioni culturali e di principio in suo appoggio.
Essa richiede scelte.
Le richiede allo Stato, alla Regione Veneto, al Comune di Venezia, alle Istituzioni Culturali, alle Fondazioni private presenti in gran numero nella città lagunare e alle Associazioni di Categoria.
Venezia, le sue isole, la sua terraferma possono diventare la “città della conoscenza e della produzione culturale”.
Che cosa vuol dire tutto ciò?
Due scelte di fondo da attuarsi.
La prima che incentiva e propone ogni indirizzo credibile in tal senso.
La seconda che favorisce questo indirizzo nei servizi che gli sono necessari: dalle politiche dei trasporti a quelle sulla casa, dal lavoro degli enti pubblici a quello delle aziende dipendenti.

Una prima osservazione va subito fatta. Tutto ciò non è solo in opposizione alla monocultura turistica.
È anche in favore delle forze che non sostengono la rendita nel turismo ma che proprio nel turismo operano.
Ridare senso alla città.
Questo è l’obbligo.
Restituire opportunità.
I titoli sono evidenti nella proposta stessa.
Città della produzione culturale e della conoscenza.
E allora i soggetti sono le Università e l’Accademia, le Istituzioni Culturali, le Aziende che operano nel mondo del Vetro, i Centri di Ricerca pubblici e privati, le Fondazioni Culturali e non, le imprese che operano nel campo della Sostenibilità.
Non contando naturalmente tutto ciò che vi è legato nel mondo dei trasporti, della logistica, degli allestimenti e così via.
Si tratta di aprire subito cinque tavoli sullo sviluppo.
Il primo con le Università e l’Accademia; il secondo sul Vetro e le sue dimensioni; il terzo sui Beni Culturali e la conservazione; il quarto sull’ambiente e la sostenibilità ed infine il quinto sulla comunicazione e l’immagine.
La chiave unitaria di valutazione dei tavoli è legata a tre elementi: progetti esistenti di sviluppo e loro attuazione; nuova progettazione, dimensioni e finanziamenti; conseguenze di impatto sociale, civile e occupazionale.
Come si vede l’opportunità è possibile anche se non è facile.
Si apre una strada complicata ma esistente.
Non è vero che tutto è scontatamente perduto.
Questo lo dice solo chi sta dall’altra parte o come autore del crimine o come silenzioso ma correo complice.
Il limite degli altri è il silenzio, la disillusione, la confusione di percorsi.
Ma questa volta non ci sono altre strade.
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”


