mercoledì, 21 Gennaio 2026
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Ucraina, appunti di viaggio – KHARKIV

Continua con la seconda puntata il reportage dall’Ucraina di Christian Eccher


  • KHARKIV

Il treno da Odessa per Kharkiv viaggia puntuale, come tutti i treni in Ucraina. Attraversa la pianura, fra campi di grano trebbiati e distese infinite di girasoli. Più che al paesaggio, l’occhio va costantemente al cielo. Il cielo è un’ossessione che mi accompagna in ogni mio viaggio in Ucraina. Il cielo fa paura, l’azzurro terrorizza.

È dal cielo che arrivano i droni, le scie dei missili diretti chissà dove solcano il cielo, è in cielo che avvengono le esplosioni quando la contraerea ucraina abbatte i proiettili lanciati dai nemici. Guardo con preoccupazione a ogni nuvola, a ogni traccia che potrebbe far pensare a un attacco.

Tutto questo non impensierisce Daryi, un bambino di un anno e mezzo di correre su e giù per il corridoio del vagone, allegro e divertito. La mamma sta tornando a Kharkiv, la città dove vive, dopo un breve periodo trascorso a Vinizia dagli amici. Il marito è nell’esercito, si occupa della difesa di Kharkiv e lei non ha voluto emigrare, preferisce stare vicino al consorte. “Non hai paura?” mi chiede con uno sguardo preoccupato, mentre tiene fra le braccia Daryi che cerca di arrampicarsi come un geco sul finestrino del treno. “Un po’, come tutti voi”, rispondo confuso. La paura c’è, non avere paura a Kharkiv significherebbe essere incoscienti.

In città non c’è un solo palazzo che abbia i vetri intatti. Gli attacchi sono quotidiani, le sirene non permettono alle persone di dormire serenamente. Sono i giorni dell’incontro fra Trump e Putin in Alaska. Nessuno crede che qualcosa cambierà davvero, ma c’è la speranza che si arrivi almeno a un cessate il fuoco.

Difficilmente l’Ucraina riuscirà a tornare in possesso dei territori occupati – mi dice Tanja, una donna che lavora in un negozio di cellulari – quello che è però necessario per arrivare alla pace è altro: vogliamo garanzie, vogliamo che il nostro Paese si possa armare per difenderci da eventuali futuri attacchi russi. Putin vuole poter controllare tutta l’Ucraina, come durante il periodo sovietico: questo non deve e non può accadere. Ripeto, vogliamo garanzie e sapere che l’Occidente ci aiuterà in caso di bisogno”.

Dello stesso avviso è anche Anna, una giornalista molto coraggiosa che si divide fra il fronte e azioni umanitarie di vario tipo. Anna mi mostra le bellezze nascoste di Kharkiv e i posti in cui, nelle ultime settimane, sono caduti missili e droni: a colpirmi particolarmente è la clinica dentistica cittadina, completamente distrutta dagli attacchi russi di un mese fa. Anche l’ospedale ostetrico è stato danneggiato ma continua a offrire i propri servizi alle donne che devono partorire.

Tutto le grandi fabbriche sono state bombardate – dice Anna rammaricata – a Kharkiv il grande business non esiste più. Ci sono solo piccole aziende che continuano a lavorare e i servizi, caffè, ristoranti e negozi e la nostra nota azienda di dolciumi. L’economia di Kharkiv è ridotta al minimo, si sopravvive”.

Con Anna andiamo anche al mercatino organizzato da alcune associazioni di volontariato: si vendono saponi, bambole, vestiti e oggetti vari e i soldi vanno al corpo militare di frontiera, vale a dire a quei soldati che respingono gli attacchi russi, organizzano l’evacuazione dei civili e mandano a coloro che non vogliano lasciare le proprie case situate vicino al fronte – si tratta soprattutto di persone anziane – l’acqua e i viveri necessari. Se è troppo pericoloso andare sul posto, i soldati spediscono delle macchinine telecomandate senza autista a bordo che possono percorrere anche 10 km e poi tornare indietro da sole. Un sistema ingegnoso per evitare perdite umane. Se i russi bombardano, colpiscono solo un carrellino pieno d’acqua e di viveri e non le persone.

Nel tardo pomeriggio, saluto Anna e vado a passeggio per il centro cittadino. Le sirene non smettono di ululare ma i giovani passeggiano per la strada, alcuni si tengono per mano, altri si abbracciano e si baciano sulle panchine del parco, fra i palazzi sventrati nel 2022, all’inizio della guerra, quando i russi si illudevano di poter conquistare con facilità la città. Kharkiv, invece, ha scelto di rimanere ucraina.

La notte trascorre tranquilla, ma all’alba un attacco di droni distrugge un palazzo della periferia sud della città. Ci si arriva con la metropolitana e poi con l’autobus; si tratta di un quartiere dormitorio con alti palazzi in stile socialista e ampi spazi verdi, dove i bambini giocano e gli adulti passeggiano. Sul posto, cadaveri bruciati, lamiere, schegge di cemento e auto bruciate. Con grande dignità, i sopravvissuti raccolgono ciò che sono riusciti a salvare nei propri appartamenti e si avviano verso l’autobus che il Comune ha messo loro a disposizione. La maggior parte di loro si trasferisce da parenti e amici. Poco lontano da qui, c’è il posto di blocco che segna l’ingresso in città; nell’area in cui si trova un distributore di benzina, c’è un vero e proprio cimitero di carri armati russi, bruciati, quelli con la lettera “Z” sul davanti.


Il primo articolo è stato pubblicato il 08/09/2025:
Ucraina, appunti di viaggio – ODESSA

Il reportage di Christian Eccher dall’Ucraina continua con la pubblicazione
del terzo articolo il 10/09/2025 dal titolo: “Ucraina, appunti di viaggio – KYIV

Christian Eccher
Christian Eccher è nato a Basilea nel 1977. Si è laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ha anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. È professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero si dedica al giornalismo. Si occupa principalmente di geopoetica e i suoi reportage sono raccolti nei libri Vento di Terra: Miniature geopoetiche, Esimdé e Kàrhozat. In Serbia è collaboratore assiduo della rivista di opposizione Danas

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