«Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più “eroicamente” le armi e le bandiere nel fango… Finita la festa, ci ordinammo in colonna, e così, senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati quella stessa guerra che avevamo già persa con i tedeschi». A scrivere è Curzio Malaparte in uno dei suoi capolavori, La pelle. Un passaggio tanto dissacrante quanto veritiero rispetto a quanto sta avvenendo nel settembre del 1943.
All’annuncio dell’armistizio la sensazione dei più è quella di essere di fonte ad «una Caporetto senza redenzione», a un generale rompete le righe che interessa ed attraversa in primo luogo la monarchia e Badoglio e poi tutti gli altri, i militari e i civili, i fascisti e gli antifascisti. E una parte non irrilevante del dibattito pubblico sulla Resistenza si è giocata intorno al significato di questo evento, al suo essere o meno momento di svolta nella storia della guerra degli italiani e, in definitiva, anche nella storia d’Italia. Un esempio? La vexata quaestio dell’8 settembre come «morte della patria», un’interpretazione sposata da Ernesto Galli della Loggia, ma che non tiene conto di quella minoranza eroica che, attraverso la lotta di Liberazione, restituisce invece al termine “patria”, sporcato dal fascismo, una dignità morale.
In fondo l’8 settembre suona per molti come l’ultima chiamata, tanto per quegli italiani che si sentono fascisti e vogliono continuare ad esserlo, che per quelli che lo sono stati loro malgrado e che ora devono fare una scelta diversa, eclissarsi in una zona grigia che garantisce il disimpegno oppure reagire al disfacimento politico e morale di un ventennio, dando un senso alla guerra che ora continua contro il nazifascismo e, insieme, alla loro generazione. Scelte, dunque, che sono vissute mentalmente da tempo oppure che maturano all’improvviso, sul filo dei giorni, delle situazioni, degli incontri.
«Noi giovani – scrive Giorgio Bocca – eravamo stati, nel fascismo morente, dei possibilisti, dei tira a campare, non più fascisti, cauti antifascisti, ma quell’8 di settembre che ci ha fatti rinascere, ci ha dato un’identità nuova, estrema, irriducibile». Qualcosa di simile era avvenuto anche all’indomani del 25 luglio, quando incredulità ed euforia si erano subito intrecciate alla paura per l’immediato, per quella guerra che continuava accanto ai tedeschi che nel frattempo stavano occupando in forze la penisola. In alcuni giovani vi era stata una reazione generazionale, una volontà di sostituirsi a quei padri che si erano simbolicamente suicidati dopo la caduta di quel regime che avevano servito e in cui avevano creduto. Come scrive nel suo diario Bruno Trentin, quella che comincia l’8 settembre è «la guerra vera per l’Italia vera». La guerra che in qualche modo può riportare l’Italia dalla parte giusta della storia.


