mercoledì, 11 Febbraio 2026
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Tanta indignazione, poca azione

La più grande, la più crudele in quanto inattesa carneficina di questo secolo ha per protagonista il governo di un popolo che dalla fine del secondo conflitto mondiale è stato additato come campione di un’ingiustizia patita che ha sforato il macabro.

Il popolo ebraico israeliano, l’intelligente e antica civiltà che esso interpreta, ha rotto con il suo passato nel modo più inaspettato e brutale. Le sofferenze inenarrabili cui sottopone la popolazione di Gaza, il sottile cinismo supera il limite della vendetta e assurge a un livello inqualificabile di brutalità.

Il piano di Netanyahu, di distruggere fisicamente uno stato, il continuo richiedere alla gente spostamenti biblici senza aree di sicurezza, le bombe indiscriminate che colpiscono medici, giornalisti, bambini, famiglie, la costrizione alla fame e alla sete mortali rappresentano un orrore quotidiano cui ci stiamo avvezzando: proprio in questi giorni ci accora l’incidente alla filovia di Lisbona con le sue diciassette vittime sfortunate, ma non fa più notizia il pasto quotidiano offerto con generosità ai denti della Morte: settanta, cento innocenti e più ogni volta. 

Nella nostra mentalità occidentale siamo persino tentati di rifugiarci in un razzismo assolutorio dei sentimenti, come se le madri asiatiche di tanti morticini siano meno sensibili, comunque abituate alla normalità depravata di veder scomparire i propri cari.

Gli stati del mondo dispensano a piene mani pietà per le vittime, ma niente sblocca l’immobilismo. I leader mondiali, Trump in primis, appoggia sottobanco le iniziative senza cuore del premier israeliano ed, anzi, progetta di realizzare un territorio franco, una ricostruzione post bellica finalmente liberata dagli scomodi palestinesi, per far nascere un nuovo eden turistico profittevole. Come qualificare la proposta di pagare cinquemila dollari a quei palestinesi che accettassero di andarsene definitivamente?

Gli esponenti nostrani della destra sono imbevuti della medesima colpevole ipocrisia, bombardano i media di comunicati strappalacrime di pura cristiana pietà bacchettona, ma non muovono un dito: le alleanze anche se bifide vanno rispettate e così si mantengono tutti gli impegni di collaborazione con lo stato di Israele e l’unico segnale di umanità è qualche volo speciale per recuperare dei malati gravi, da sanare nei nostri blasonati ospedali: la coscienza è lavata.

Non hanno neppure fatto il gesto simbolico di riconoscere subito lo stato palestinese, rimandandolo ai tempi incerti di quando sarà finita la guerra. “I Paesi europei che si abbandonano all’ingenuità e si arrendono alle manipolazioni di Hamas finiranno per sperimentare il terrore in prima persona”, questa la minaccia del ministro israeliano di estrema destra Ben-Gvir in occasione della recente decisione del Belgio di riconoscere lo Stato palestinese alle Nazioni Unite. 

 Meno male che una scintilla di giustizia commuove e fa agire concretamente i canali ufficiosi ma splendidi della società civile: le manifestazioni di solidarietà nelle piazze, le raccolte di fondi del terzo settore e ora la crociata della Global Sumud Flotilla che punta a rompere il blocco israeliano sulla Striscia di Gaza e portare ai gazawi dal mare il conforto e la solidarietà fattiva della gente di buona volontà. Sumud è un nome arabo che significa fermezza, perseveranza in questo caso a resistere.

Dal punto di vista pratico, purtroppo, servirà a poco, ma il segnale è potente: il mondo civile, oltre le istituzioni politiche ufficiali, prende atto che la situazione umana è insostenibile e agisce. Agisce!

Il ministro degli esteri Tajani, dagli occhi perennemente inespressivi come quelli di un pesce, si barcamena in dichiarazioni che smascherano tutta l’inconsistenza diplomatica di cui è capace questo governo: “Non credo che qualche nave con iniziative di fortuna possa dare un contributo determinante per la carestia”. Non comprende o finge di non voler comprendere l’alto significato di un gesto simbolico eversivo.

La premier Meloni ha invece i suoi gusti e afferma: per aiutare la popolazione di Gaza sarebbe meglio “avvalersi dei canali umanitari già attivi”, sia a livello nazionale che internazionale. Come se le deboli volontà esercitate fino ad ora avessero contribuito sostanzialmente a modificare la situazione generale: evito di ricordare i numeri allucinanti della disperazione di un popolo. Ed evito, stavolta per buon gusto, le dichiarazioni ambigue di quel genio politico di Salvini che evoca, con allusioni vittimiste, ”una caccia all’ebreo”.

 Altre chicche: a fronte della decisione di consentire, vera ulteriore drammatica provocazione, l’insediamento sul suolo palestinese di altre 3400 abitazioni per i coloni israeliani, il nostro ministro degli esteri evita di prendere iniziative dirette contro lo stato israeliano responsabile, ma si limita a inconsistenti minacce verso i cattivi coloni. Non si sa, né come né quando: “siamo contrari a qualsiasi insediamento in Cisgiordania e lo abbiamo ribadito in tutti i documenti firmati – ha continuato -. Siamo pronti a sanzioni più dure contro i coloni violenti perché puntano a disarticolare dalle radici la costruzione di uno Stato palestinese”. È l’atteggiamento beota di chi guarda al dito e non verso la luna, obiettivo a cui è rivolto l’indice. Magari Tajani starà pensando a qualche altro documento “di carta durissima”.

Ancora una volta è l’iniziativa del popolo buono a segnare anche la rotta giusta sul piano politico, mentre le autorità traccheggiano colpevolmente: un esempio concreto, per ora modesto ma essenziale, da cui iniziare per ridurre le brutture che ci assillano.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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