Federico lo spirito oltre il baratro


Vi capita mai di pensare che l’universo ci mandi dei segnali? O perlomeno che abbia un senso dell’umorismo molto singolare? A me succede di pensarci quando ricordo a me stesso che, la sera in cui sono nato, l’Italia veniva eliminata dai mondiali di calcio che lei stessa ospitava. Era il mese di Luglio del 1990, e tante volte mio padre per scherzo ha detto che grazie a me ha passato la sera in sala parto e non ha potuto vedere quella tragedia in televisione.

Sono nato a metà strada tra la provincia di Treviso e di Venezia, e li sono cresciuto durante gli anni della mia infanzia, in un contesto di provincia pacifico e abitudinario che lentamente vedeva finire un periodo di prosperità economica lungo decenni.

La mia infanzia ha coinciso con gli anni ’90, il gran finale del ventesimo secolo, una decade fatta di colori accesi, di giocattoli americani ma made in china, di serie televisive e cartoni animati. I cartoni animati, in particolare, erano insieme ai fumetti quello che riempiva i miei pomeriggi e anche le mie notti, che passavo a riempirmi gli occhi di quelle storie immaginarie. Non è forse difficile capire perché, quindi, molto presto ho dimostrato ai miei genitori e al mondo quale fosse la mia vera e profonda passione: disegnare. Disegnavo ovunque e di tutto, dai ritratti ai paesaggi ai mondi di fantasia, a volte bozze fatte velocemente a penna biro a volte veri e propri quadri che impiegavo giorni a completare.

Mio padre era un piccolo imprenditore edile, per molti aspetti l’incarnazione dello stereotipo dell’imprenditore veneto che ha «si è fatto da solo». Pratico e diretto, abituato a pensare in termini di azione e di profitto, e molto poco interessato a voli di fantasia – fossero di parole o di disegni. Tuttavia mi ha sempre incoraggiato a dedicarmi anima e corpo alle mie passioni, per quanto non le capisse fino in fondo. E del resto non avrei potuto aspettarmi niente di diverso: il piccolo mondo in cui vivevamo era incardinato su istituzioni come «la fabbrica», «il campo» e «lo stadio», la creatività artistica era oggettivamente al limite dell’universo conosciuto.

In quei primi anni della mia vita non ero molto portato a prendere decisioni concrete per il mio futuro, ero più portato a chiudermi nella mia immaginazione – ma una decisione importante la presi a quattordici anni, quando decisi di voler fare il liceo artistico. I miei genitori furono probabilmente talmente sorpresi della mia determinazione che acconsentirono senza molte obiezioni. E al liceo trovai il mio mondo, sia perché finalmente potevo dedicarmi quasi esclusivamente a studiare quello che mi piaceva, sia perché ero per la prima volta circondato da persone «come me». I compiti per casa e le lezioni non mi pesavano, e li alternavo con scoperte di film che hanno segnato me come tutta la mia generazione, i cartoni dello Studio Ghibli e soprattutto i film della trilogia Il Signore Degli Anelli. I miei piani per la vita dopo il liceo erano ancora molto vaghi, ma comunque pieni di entusiasmo e speranza: diventare un disegnatore o un animatore per una casa di produzioni cinematografiche, magari addirittura per la Disney. Sognavo, certo, e non mi preoccupavo di avere sogni realistici.

Verso la fine del mio percorso al liceo ricordo che cominciavo a vedere mio padre diventare sempre più preoccupato e stanco, parlava di «crisi» e di «soldi che non si muovono»…a me sembravano discorsi da adulti che non capivo e a cui, per essere onesto, non mi interessavo più di tanto, preferendo restare nella mia bolla di disegni, immaginazione e sogni.

Superai gli esami di maturità senza troppo impegno, affrontandoli con un misto tutto adolescenziale di serietà e spensieratezza. Mia madre fu molto decisa nell’insistere a mandarmi all’università, «fanne una almeno per avere il pezzo di carta» mi diceva. E cosi’ mi iscrissi a Scienze della Comunicazione – non era una cosa che sentivo mia, ma scelsi di seguire il consiglio soprattutto per quieto vivere e anche perché, oggettivamente parlando, in quel momento non avevo nessuna altra idea alternativa – idea alternativa che fosse concreta e realizzabile, vale a dire. Le lezioni dell’università erano per lo più noiose, in certi casi interessanti, e le persone intorno a me non erano neanche lontanamente stimolanti come i miei compagni al liceo artistico. Tranne una. Angela. Lei era in molti modi tutto quello che non ero io, idealista e determinata, con un unico sogno a cui dedicava tutte le sue energie: diventare una giornalista. Fu forse questo contrasto di personalità e di interessi a farmela trovare straordinariamente attraente, e cosi’, in quel modo unico che si puo’ avere solo a diciannove anni, finimmo per innamorarci. La mia relazione con Angela ebbe effetti inaspettati e profondi su di me, facendomi in parte svegliare da una lunga infanzia che si era protratta ben oltre il limite consentito: ad esempio fu con lei che per la prima volta nella vita andai a fare una vacanza senza i miei genitori…eravamo andati in Trentino, d’accordo, non esattamente in Tailandia, ma fu comunque un traguardo di vita notevole al tempo.

Poi, proprio sul più bello, il mondo intorno a me è crollato. L’azienda di mio padre falli’, cedendo sotto il peso di enormi debiti accumulati in quegli ultimi due anni e mostrando che la Crisi di cui parlavano i telegiornali non era solo un fantasma lontano, era una realtà terribile che era arrivata a sconvolgere le nostre vite. I miei genitori furono costretti a vendere la casa in cui ero cresciuto, e andammo a vivere in un appartamento più piccolo, cercando di ricostruire una quotidianità che sembrava persa per sempre. Mia madre, ferita nell’orgoglio ma decisa a non arrendersi, torno’dopo tanti anni da casalinga a lavorare come insegnante, trovando un posto come supplente in una scuola media privata. Mio padre dal canto suo tento’ di reinventarsi come agente immobiliare, ma senza molta fortuna. Percepivo la vergogna e la disperazione dei miei genitori in ogni loro gesto e parola, e dentro di me provavo, oltre alla paura per l’incertezza della situazione, anche un senso di colpa per non sentirmi capace di aiutarli. Fu solo grazie al supporto finanziario di mia nonna che ebbi la possibilità di finire gli studi, e quando arrivai a laurearmi ero una persona molto diversa dal ragazzino che si era iscritto all’università senza sapere bene cosa volesse dalla vita.

Presa la laurea, la priorità era una sola: lavorare. I sogni e la creatività non sembravano concepibili in quel nuovo mondo, e per quanto la cosa mi facesse profondamente soffrire non trovavo altre soluzioni possibili. Trovai uno stage come addetto marketing in un’azienda di piastrelle non lontana da casa, giusto due fermate di autobus. Era quello che volevo? No, ma non mi concedevo di pensarci più di tanto. Solo la sera, a casa, riuscivo a ritrovare me stesso: prendevo una foglio, una matita e tornavo per alcuni momenti a vivere nel mio mondo, l’unico in cui mi sentissi davvero a casa. Ma l’universo non aveva ancora finito con me, e anzi le soprese sconvolgenti erano solo iniziate…

Avevo cominciato lo stage da circa due mesi quando Angela decise di lasciarmi per andare a studiare a Londra, aveva trovato un master in giornalismo che sembrava pensato apposta per lei. Suo padre era medico, la crisi l’aveva sentita molto poco, e tanto era bastato a creare quella frattura tra i mondi in cui io e lei vivevamo. La nostra storia fini’ cosi’, prima ancora di poter davvero cominciare a svilupparsi in qualcosa di più.

Di li’ a poco, con un tempismo che sembrava scritto da uno sceneggiatore, i miei genitori si separarono. La situazione era diventata insostenibile per entrambi, e la scelta fu inevitabile. Mio padre, con un misto di forza d’animo e disperazione, ando’ a vivere in Est Europa per cercare di ricostruire quanto aveva perduto. Mia madre a quel punto riusci’ a confessarmi di avere una relazione con Giuliano, l’avvocato che per tanti anni aveva seguito gli affari dell’azienda di famiglia. E io, in tutto quel caos, persi il lavoro. Arrivato alla fine dello stage mi dissero che l’assunzione, che inizialmente era sembrata quasi certa, non era più possibile per le difficoltà che l’impresa stava attraversando.

Mi ritrovai in un baratro profondo e oscuro, senza più niente a cui aggrapparmi, e i miei pensieri si facevano ogni giorno più cupi e pericolosi, come piccoli spietati demoni che mi sussurravano all’orecchio idee violente e auto distruttive.

Fu mentre ero in quel baratro che un giorno, per caso, vidi una pubblicità su un manifesto. Un’organizzazione religiosa cercava volontari per andare a lavorare in una fattoria solidale in Guatemala. Quello che in qualsiasi altro momento mi sarebbe sembrato impensabile, fu in quel momento una folgorazione che mi apri’ gli occhi: non avevo più nulla da perdere, tutti i miei sogni e i miei piani erano andati in fumo, quindi perché non provare?

Telefonai, presi un appuntamento per avere informazioni, e fu cosi’ che nel giro di un mese – e con la benedizione di mia madre – mi imbarcai su un aereo per il Guatemala.

Una volta arrivato, trovai un mondo completamento diverso. Un altro pianeta, quasi. Un mondo dove natura e realtà urbana si intrecciavano, e dove la povertà non sembrava piegare la dignitosa serenità delle persone. Fu in quel mondo che ritrovai un senso alla mia esistenza, smettendo di cercare me stesso e dedicandomi piuttosto ad aiutare gli altri. La vita nella fattoria in cui lavoravo non assomigliava a niente che avessi mai conosciuto o immaginato, e proprio per questo la amavo profondamente. Accadde anche che, senza volerlo, mi ritrovai a ridare vita alla mia passione insegnando a disegnare ai bambini del villaggio – il mio amore per le linee e per i colori, e per le storie raccontate con i disegni, era tutto li’, aspettava solo di essere ridestato.

Oggi, a distanza di oltre un decennio, sono cambiate moltissime cose, e il collarino bianco che indosso ne è la dimostrazione più evidente. In Guatemala ho preso i voti ecclesiastici, e ora le persone che mi conoscono mi chiamano Padre Federico – o più spesso semplicemente Fede, i bambini in particolare. Sono il Responsabile delle Operazioni per il Centro e Sud America dell’organizzazione con cui tanti anni fa ho cominciato a lavorare. Non ho trovato solo un senso, ma anche una prospettiva che mi ha riempito la vita in un modo che non avrei mai immaginato.

Il racconto della mia vita non è speciale e forse nemmeno particolarmente affascinante, ma ci ricorda che a volte bisogna arrivare a toccare il fondo per ritrovare la propria strada – e che a volte, proprio come quando si disegna, bisogna solo avere la fiducia di cominciare per poi vedere dove la mano ci conduce.

Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

1 COMMENT

  1. Bel racconto di vita vera,lettura scorrevole, belle descrizioni, palpabile il clima issuto nelle crisi citate e negli avvenimenti. Complimenti.

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