Cosa vuol dire militare in un partito nella prima metà degli anni di questo nuovo secolo?
La domanda non è peregrina, a mio avviso.
Perché più volte si è dichiarato che la democrazia si avvale di forme organizzative precise tra cui proprio i partiti.
E lo si è anche richiamato nella stessa Costituzione: “l’articolo 49 riconosce a tutti i cittadini il diritto di associarsi in partiti politici per concorrere… a determinare la politica nazionale…”
Aggiungo che non si possono nemmeno esercitare “briglie” troppo strette alla vita dei partiti ma indicare regole occorre, sono fondamentali.
Non dimentichiamo inoltre che i partiti sono il prodotto della realtà di fatto, della civiltà che esiste, della dimensione della società.
Non a caso però si leggono diverse critiche alle forme organizzate della politica: esse si mostrano in molteplici aspetti che hanno direttamente a che fare con lo “stato” dei partiti.
Il proliferare di migliaia di liste civiche non è solo espressione della volontà di presenza di chi ritiene sia necessario organizzarsi localmente sui problemi di merito di una specifica realtà.
La lista civica a volte nasconde, cela, annacqua (per chi gli dà una connotazione negativa), presenta, consente, rende possibile (per chi invece la vede positivamente), una parte politica o una aggregazione di parti politiche senza esplicitamente evocarle.
Nulla di negativo, certo, ma tema degno però di riflessione.
Perché svela che il partito da solo o con altri simili non sarebbe del tutto credibile.
D’altronde lo stesso nome partito è poco usato.
Le denominazioni non sono uno scherzo.
Si passa dai “propositi” (Forza! Azione!) ai richiami familiari (Fratelli!), dall’affetto per il proprio Paese (Italia!) al richiamo subliminale (Stelle!), dalla dichiarazione di collocazione (Moderati!) ad un richiamo antico ed organizzativo (Lega!).
E tutti sono senza la parola “partito” anche quando in realtà lo divengono nei fatti.
Solo uno sceglie questa denominazione novecentesca: il PD: come vedete un partito.
Ma spesso proprio il PD diviene tutt’altro che un partito.
E cioè si manifesta come una aggregazione di componenti ed assomiglia alle forme della politica già in altro citate.
Anche il marketing, quindi, permette di vedere e di capire.
Di certo la parola partito non è scelta in assoluto come chiave positiva della realtà. Questo appare chiaro.
Ma c’è un elemento che rende capibile la crisi di riconoscibilità della forma partito ed è il non voto.
È una dichiarazione esplicita quella che viene oggi dalle urne.
Il popolo dei non votanti supera o si avvicina al 50% e dichiara ipso facto che non si riconosce nel richiamo alle forze politiche organizzate.
Certo in quel 50% c’è di tutto.
Impossibilità organizzative e logistiche, disinteresse generale, vacanze con sole e mare e così via.
Ma una volta votava il 90%.
E quindi si può agevolmente dedurre che c’è un segnale (e che segnale!).
Attenzione non è un grido che attende risposta.
È l’urlo di chi si allontana deluso/a.
E riconquistare la sua fiducia sarà difficile, lungo e non scontato.
Infine, la famosa “vox populi, vox dei”.
In Italia abbiamo vissuto una furiosa tangentopoli.
Amplificata enormemente dalla comunicazione e dal commento popolare.
Da notare che in molti altri Paesi si sono avuti fenomeni simili.
Spesso però molto meno drammatici dal punto di vista evocativo.
In Italia la somma di tangentopoli e della caduta del muro di Berlino hanno fatto tabula rasa dei partiti novecenteschi.
O sopprimendoli o riducendoli a testimonianza, o cambiando nel profondo o provocando migrazioni epiche tra strutture morte ed invenzioni create.
Non è a caso che in pochi anni alcuni partiti abbiano conosciuto la polvere e l’altare.
La Lega, il PD, Forza Italia, i 5 Stelle ed oggi Fratelli d’Italia che sembra reggere in maniera diversa l’altalena che portò gli altri qui nominati alle stelle del potere e alla disperazione della sconfitta.
La politica però è sveglia e coglie i modi e le espressioni popolari.
Voglio con questo dire che risponde ai messaggi popolari?
Non sempre.
A volte e spesso li usa.
Infatti, che vada a votare solo il 50% di coloro che ne hanno diritto può non essere un limite.
Provate a pensarci.
Gli azionisti della nostra impresa, l’Italia, si riducono del 50% e quindi diventano molto più identificabili, premiabili, coinvolgibili.
Meno fatica, meno oneri per la politica.
Certo con una oggettiva cristallizzazione del potere, è evidente.
Ma il potere in politica non è solo governare.
È anche esserci, nelle Istituzioni, nella visibilità, nei rapporti di forza.
A questo punto infatti basterà una piccola variazione nelle alleanze a garantire un possibile governo.
Non il voto ma come ci si arriva.
Quindi non sempre lo sdegno istituzionale di chi vede assente la partecipazione popolare corrisponde a scelte e metodi di lotta politica destinati a recuperare chi non vota.
A volte è più comodo fare i conti con chi c’è e dimenticarsi di chi ha scelto l’assenza a prescindere dalle ragioni che possa avere.
La dicotomia è evidente.
I partiti sono necessari per la democrazia ma non sono affascinanti ed attrattivi.
I partiti però sono anime vive e nuotano in quest’acqua spesso torbida e strana scegliendo di sopravvivere e di avere un peso, una forza, insomma un potere.
E quindi cosa si fa?
Si assiste e basta?
Probabilmente si tratta di affrontare due battaglie importanti.
Entrambe difficili e non scontate.
La prima pone un problema.
Vi è qualche strada per garantire la vera democraticità delle forme organizzate della politica che si chiamino partiti o altro?
Non si chiedono maglie strette ma garanzie e regole chiare.
Perché, se è vero che la stessa Costituzione dà ai partiti ruolo e significato decisivi nella democrazia non si può semplicemente difendersi da ogni verifica dicendo che sono soggetti privati.
Alcune e limitate garanzie vanno esplicitate e rese giudicabili.
Perché’ la difesa degli azionisti (gli iscritti a un partito) tramite le regole serve a tutti.
La seconda osservazione e’ a tutti noi.
Possiamo, cioè, portare avanti una trasformazione sostanziale dei diritti e dei doveri nella vita di un partito?
Possiamo veicolare esperienze di autogoverno della politica costruendo metodi di relazione, diverse opportunità di confronto e regole di comportamento?
Credo sia possibile ma penso una cosa che mi pare certa.
E cioè che l’abitudine al potere disincentiva l’immaginazione e le necessità.
Ecco perché’ non abbiamo troppo tempo da perdere.



Ci mancava un’analisi così puntuale su un argomento importante ma, volutamente trascurato.
Complimenti
Francesco
Tutto vero, tutto giusto tranne che manca un qualcosa…oggi esiste ancora la politica che non sia una massoneria che raccoglie identità di interessi, non sempre qualificanti e qualificabili, ma una voglia di cambiare, proteggere, stimolare le persone a generare una nuova società che riconosca i meriti ma, nel contempo tuteli la vita di ognuno accompagnandolo dalla nascita alla morte…perché non si senta mai solo, o diverso o diseredato? Questo, secondo me, non c’è proprio, per cui la Politica va reinventata, ma con contenuti che devono essere, non solo condivisi, ma rispettati come nuovi dogmi del vivere sociale!