C’è una strada a Marcon che pochi notano, ma che custodisce un’anima profonda e sorprendente: via delle Industrie.
Non ha la grazia dei viali alberati né la vivacità dei centri commerciali, ma ogni volta che vi passo, sento di essere in un luogo che conta. Qui, tra camion in transito, portoni di capannoni spalancati e operai in tuta che si muovono con passo deciso, si respira la concretezza del lavoro. Spinto da una curiosità forse poco comune per la mia età, ho cercato di capire di più.
E quello che ho scoperto mi ha colpito: questa strada non è solo un’arteria logistica, ma il cuore pulsante di un sistema produttivo che genera ricchezza. Dietro a facciate anonime si celano aziende di eccellenza, molte delle quali nate negli anni Settanta, quando alcuni vetrai di Murano — lungimiranti e coraggiosi — decisero di trasferirsi sulla terraferma per affrontare le sfide del mondo moderno.
Il risultato?
Una concentrazione impressionante di imprese che, nel loro insieme, potrebbero generare — secondo alcune stime — oltre un miliardo di euro di fatturato all’anno. Una cifra che abbaglia, difficile persino da immaginare. Ma proprio qui nasce la mia riflessione, quasi una ferita aperta: di tutta questa ricchezza, cosa resta al territorio? A occhio nudo, ben poco. Non si vedono investimenti nel sociale, nei giovani, negli ultimi.
Eppure, con anche solo lo 0,1% di quel fatturato — un milione di euro — si potrebbe cambiare il volto della nostra comunità. Sogno allora un patto possibile, una sinergia tra pubblico e privato, tra amministrazione e industria, tra profitto e responsabilità.
Immagino laboratori formativi per i ragazzi che non trovano la loro strada, case dignitose per chi arriva qui da lontano con speranze fragili, una squadra di calcio o basket che accoglie anche chi ha disabilità, con veri allenatori e spazi sicuri.
Sogno, sì. Ma non mi sembra utopia. Perché una comunità cresce solo quando la ricchezza non si limita a passare in silenzio, ma lascia un segno. E forse proprio da una via dimenticata può nascere un’idea di futuro più giusta. E più bella.



Bravo Mihai. Ogni conquista è frutto fi un ideale, di una utopia. Senza sogno non c’è vita e quindi non c’è “societas”.
Una riflessione e uno stimolo alle nuove generazioni che spesso sono avulse dall’interesse dalla prospettiva dall’impegno
Sonnecchiano ammirando le stelle poi cadenti
Del mondo efimero