Un “Grande progetto” si profila su Gaza: Occupazione, sfollamento e la gestione degli aiuti

La situazione a Gaza si fa sempre più drammatica, non solo per l’intensità del conflitto, ma per le dichiarazioni politiche che ne delineano il futuro. La decisione di invadere Gaza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu,““Israele occuperà tutta la Striscia” per poi specificare che non la annetterà ma ci sarà il controllo della sicurezza da parte di Israele mentre l’istituzione di un’amministrazione civile sarà affidato ad un ben non identificato governo di “paesi arabi amici”, stanno alimentando non solo i timori di una nuova, prolungata occupazione, ma anche di una vera e propria “deportazione” della popolazione “Gazawi” (i nativi della striscia di Gaza).

Molti critici e analisti internazionali vedono in questa mossa anche un progetto che unisce obiettivi militari a interessi economici.

Un’inquietante convergenza che sembra coinvolgere anche il presidente statunitense Donald Trump, la convergenza di due agende distinte ma interconnesse: quella politica e militare di Israele e quella, sorprendentemente, di natura economica e speculativa, legata alla figura del presidente americano e il suo entourage.

La retorica di Netanyahu si concentra sulla necessità di garantire la sicurezza di Israele, sradicando Hamas e creando una “zona cuscinetto” che isoli Gaza. Tuttavia, per i critici, questa strategia ha un’implicazione molto più profonda. La devastazione senza precedenti dell’enclave, unita allo sfollamento forzato di oltre l’80% della popolazione verso il sud, ha creato una situazione umanitaria insostenibile. La distruzione di case, ospedali e infrastrutture rende di fatto impossibile il ritorno per milioni di palestinesi.

In questo contesto, la “sicurezza” è vista come un eufemismo per uno svuotamento del territorio. L’idea di un’occupazione di lunga durata, nonostante il parere contrario delle gerarchie militari, combinata con le condizioni di vita insopportabili, alimenta la paura che il progetto finale sia quello di rendere Gaza invivibile per la sua popolazione attuale, spingendola di fatto a cercare rifugio altrove e completando un’operazione di pulizia etnica.

Se Netanyahu fornisce il movente militare e politico per il piano di invasione di Gaza, le figure legate a Donald Trump sembrano offrire la visione economica. Il genero di Trump, Jared Kushner, aveva già sollevato polemiche definendo la Striscia di Gaza come un’area di “grande valore immobiliare” e suggerendo che potesse diventare un’opportunità di sviluppo post-bellico.

In questi giorni, un nuovo e inquietante elemento si aggiunge a questo scenario: la volontà espressa da Donald Trump di assumere il controllo della gestione degli aiuti umanitari destinati a Gaza. Questo interesse non è un atto di beneficenza, ma una mossa strategica per ottenere il controllo sulla fase di ricostruzione. Gestire gli aiuti significa influenzare chi riceve i fondi, quali progetti vengono approvati e, in ultima analisi, chi beneficerà economicamente della futura Gaza.

Per molti osservatori, le azioni di Netanyahu e le intenzioni di Trump non sono casuali, ma parte di un unico, grande progetto. L’occupazione militare israeliana crea le condizioni per lo sfollamento e la distruzione, mentre l’interesse a gestire gli aiuti umanitari si propone come un modo per esercitare un controllo totale sul futuro del territorio. Il piano sarebbe quindi a tre fasi:

  1. Fase 1 (Militare): Distruzione e sfollamento per “smilitarizzare” Gaza.
  2. Fase 2 (Umanitaria/Economica): Controllo degli aiuti per dirigere i flussi di denaro e influenzare la ricostruzione.
  3. Fase 3 (Speculativa): Sviluppo immobiliare e commerciale del territorio, una volta “liberato” dalla sua popolazione.

Questa sinergia tra potenza militare e interessi economici solleva serie preoccupazioni sulla natura del conflitto. Non si tratterebbe più solo di una guerra contro un gruppo terroristico, ma di un’operazione a tutto campo che, sotto la copertura della sicurezza e dell’assistenza umanitaria, punta a ridisegnare la demografia e il futuro di un intero popolo.

Non è passato inosservato, infatti, agli analisti quanto affermato da Donald Trump in una conferenza stampa del 5 febbraio 2025 con il premier israeliano Netanyahu: “Gli Stati Uniti prenderanno il controllo di Gaza e i palestinesi verranno trasferiti altrove”. Trump si è detto convinto che i paesi limitrofi accoglieranno il piano e poi ha promesso di trasformare Gaza nella Riviera del Medio Oriente.

Poi c’è tutto l’altro lato del conflitto, quello relativo alla Cisgiordania, che è molto interessante. Trump un paio di giorni prima della citata conferenza stampa si era rifiutato di dire cosa pensa di un’eventuale annessione israeliana della Cisgiordania, obiettivo dichiarato da tempo della destra israeliana, aveva però aggiunto che Israele è un paese piccolo in termini di terra. La non risposta, per molti versi, è già una risposta.

Probabilmente, quindi, il piano “potrebbe essere” l’annessione della Cisgiordania a Israele e il controllo da parte degli Stati Uniti di Gaza.

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