Se non fosse stato per un regista della statura di Steven Spielberg, che ci ha lasciato una perla della cinematografia mondiale come “Schindler’s List”, e per la notorietà assunta in Italia da Giorgio Perlasca, dopo che la sua storia finì in una puntata di “Mixer” di Giovanni Minoli e poi nel film per Rai 1 “Perlasca. Un eroe italiano”, di loro sapremmo poco o nulla. Le storie dei Giusti, nell’incattivito mondo d’oggi, non mobilitano oceaniche ondate di consenso né sfondano i tetti dell’audience o si guadagnano i favori degli algoritmi. Ma sono importantissime paratie culturali. Argini al crescente disprezzo, o all’acuta indifferenza, per il senso di umanità che dovrebbe cementare una società moderna, “civile” di fatto oltre che di nome.
Ecco perché dovremmo ascoltare bene le parole della studiosa e scrittrice trevigiana Sandra Fabbro, collaboratrice anche de ILDIARIOonline, quando nell’introduzione al suo bellissimo “Giusti e Genocidi del XX secolo” (Piazza Editore, 2025, pp. 341, euro 22,00), osserva: “I Giusti possono insegnare a tutti noi, soprattutto ai giovani che sono ancora alla ricerca di una loro strada, due cosa fondamentali: la prima è che bisogna pensare con la propria testa, scegliere in modo consapevole, distinguendo tra il Bene e il Male, senza farsi sedurre dai trascinatori di folle, da propagande subdole e maligne; la seconda riguarda la necessità di imparare a conoscere approfonditamente cosa è accaduto nel corso della storia, soprattutto quando i genocidi erano in fase progettuale e poi in corso di svolgimento, affinché si possano percepire i possibili campanelli d’allarme e ci si renda conto di quanto siano pericolose l’ignoranza e l’indifferenza”

- Sandra, la tua biografia dice che sei stata a lungo impegnata come attivista per i diritti umani con Amnesty International, e che hai studiato a fondo la storia del genocidio degli armeni per mano turca nel corso della Prima guerra mondiale, diventando anche collaboratrice assidua dell’associazione “Italiarmenia”. Con questo libro, hai ora esteso il tuo campo di analisi a tutti i massacri organizzati di popolazioni che hanno marchiato e macchiato il ventesimo secolo, attraverso un interessante e poco esplorato filo conduttore: l’azione dei “giusti”. Persone che, a vario titolo e vari livelli, note e meno note, hanno messo a rischio la propria stessa vita per salvare quella degli “appestati sociali” di turno. Come e perché ti è venuta questa idea?
«La prima conoscenza chiara e nel contempo illuminante sui Giusti l’ho avuta nel 2000 quando a Padova è stato organizzato un convegno della durata di tre giorni dal titolo “Si può sempre dire un Sì o un No: i Giusti contro i genocidi degli Armeni e degli Ebrei”, coordinato da Antonia Arslan. In questa occasione, per la prima volta ho sentito parlare di Giorgio Perlasca, Giusto per gli ebrei e divenuto in seguito famoso in Italia grazie allo sceneggiato Rai diretto da Negrin, e di Armin Wegner, tedesco, Giusto per gli armeni e per gli ebrei. L’anno seguente il convegno ha avuto un suo seguito con la segnalazione di altre figure di Giusti e con l’intervento di Svetlana Broz, che ha riferito su atti di reciproca solidarietà tra cittadini di etnia diversa durante la guerra che pochi anni prima aveva devastato la sua terra, l’ex Jugoslavia. Poi a Padova è stato creato il Giardino dei Giusti nel Mondo, dove nel corso di cerimonie annuali hanno continuato ad essere piantumati alberi in onore di Giusti per il genocidio armeno, per la Shoah, per i genocidi ruandese e bosniaco. A queste cerimonie hanno attivamente partecipato molti studenti degli istituti superiori padovani e mi sono resa conto di quanto positivo fosse il loro coinvolgimento. Di qui ho maturato l’idea di fornire, soprattutto ai giovani, ma anche a persone più mature, uno strumento per conoscere meglio alcune figure di giusti, le loro motivazioni, il loro coraggio, la loro capacità di non farsi intrappolare da una propaganda denigratoria, falsa, razzista che di solito è la prima tappa della pianificazione di un genocidio. Penso che soprattutto i nostri ragazzi e ragazze, che saranno la società del futuro, debbano capire quanto è importante pensare con la propria testa, evitare di farsi affascinare da leader negativi, denunciare le violenze, le cattiverie e il male che si verificano tra le mura della propria scuola o nel gruppo di appartenenza, scegliendo interlocutori adatti e adottando metodi non violenti.»
- Il Male può essere incredibilmente banale nelle sue espressioni, come insegna Hannah Arendt, ma è sempre, con certezza, una fonte inesauribile di dolore e morte. Immaginavi, mentre le scrivevi, che le tue intense storie di “giusti” sarebbero uscite proprio mentre era in corso la somma ingiustizia di Gaza? E concordi con chi definisce la mattanza quotidiana condotta da Israele come un nuovo genocidio?

«Dal momento che questo progetto è iniziato molto tempo fa e ha visto delle battute di arresto dovute ai miei impegni con l’Associazione Italiarmenia di Padova (recensioni, un libro sul genocidio, una traduzione dall’inglese), non potevo certo ipotizzare né l’invasione dell’Ucraina, né il disastro inconcepibile che sta avvenendo a Gaza. Per capire cosa sta a monte di entrambi questi eventi sui quali si è sin da subito scritto, pubblicato e discusso tanto nei media, ho cercato e sto cercando di documentarmi. Chiedi di Gaza: di recente Amnesty International lo ha definito “genocidio”, identificando nelle azioni ordinate dallo Stato di Israele un progetto genocidario. In ogni caso solo un giurista internazionale ha gli strumenti necessari per definire un evento ancora in atto, in cui si verificano reiterate violazioni dei diritti umani, “genocidio”, e questo solitamente viene fatto partendo da quella che fu la parola nuova coniata da Raphael Lemkin nel 1948. Affamare sistematicamente una popolazione volutamente intrappolata in una zona limitata, colpendo con la denutrizione soprattutto i bambini, è uno degli strumenti che sono stati usati in diversi genocidi; un altro cui assistiamo a Gaza è quello di privare i civili di luoghi di cura, che vengono quotidianamente bombardati. Diversamente dai genocidi del passato e acclarati, nel caso di quanto sta avvenendo in questi giorni a Gaza non si può parlare di pianificazione, essendo il tutto scaturito da una reazione abnorme alla crudele strage commessa da Hamas.
Comunque nel XXI secolo, esattamente nell’agosto del 2014 è stato perpetrato dall’Isis un genocidio a carico della mite popolazione jazida di etnia curda residente nel sud dell’Irak che, similmente a quello armeno, ha visto in prima battuta l’uccisione in massa della popolazione maschile, seguita dall’arresto delle donne e dei bambini schiavizzati e islamizzati forzatamente. Le donne sono state trasformate in schiave sessuali. Ricordo a tal proposito la testimonianza su quanto avvenuto e personalmente subito da una giovane donna jazida, Nadia Murad, che per il suo coraggio è stata insignita del premio Nobel per la pace. Consiglio di leggere il suo libro “L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’Isis”, in cui oltre alla devastante esperienza personale, fornisce un ampio quadro della cultura del suo popolo.»
- Fra i tuoi “giusti” figura un generale ben diverso dai classici “signori della guerra”, oggi attivamente impegnati a organizzare massacri in Ucraina come a Gaza, e come ieri in ex Jugolavia. Si tratta di un uomo straordinario, che ha difeso la causa del bene e salvato vite nella Sarajevo sotto assedio serbo-bosniaco nei primi anni Novanta, senza badare all’origine etnica né alla fede religiosa dei perseguitati. Ci vuoi spiegare chi è stato, e quanto è ancora vivo in Bosnia-Erzegovina l’esempio di Jovan Divjak?
«Jovan Divjak era un generale serbo originario di Sarajevo. Quando allo scoppio della guerra si rese conto che gli ordini emanati da Belgrado e pedissequamente eseguiti dai suoi commilitoni prevedevano violenze gratuite a danno dei civili, soprattutto bosniaci, lasciò l’esercito per il quale militava dall’età di vent’anni e si unì a quello da poco formatosi in Bosnia. Tuttavia, quando lo ritenne necessario denunciò soprusi compiuti anche dai militari bosniaci. In tal modo divenne inviso non solo tra i militari serbi, ma anche tra quelli dell’altra parte, che non si fidavano di lui in quanto serbo. Jovan Divjak intervenne sempre per aiutare la popolazione civile, qualsiasi fosse l’etnia di appartenenza. Anche se, a quanto mi risulta la Bosnia-Erzegovina è molto cambiata rispetto a quella degli anni immediatamente successivi la guerra, la figura del generale Jovan Divjak è rimasta nota, apprezzata ed amata nel tempo, a Sarajevo in particolare Basti pensare che quando morì nel 2021 sul municipio della città venne proiettata una sua foto gigantesca, con la scritta “Caro Jovo, grazie di tutto”.»
- Anche gli “eroi”, a volte, non riescono a salvare il mondo da soli, ma sono aiutati a loro volta da preziosi collaboratori. Uno di questi è Don Ferdinando Pasin – da te definito “il parroco sovversivo” – che non sarebbe mai riuscito a salvare, fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, ben 234 ebrei “braccati dalla polizia” nella provincia di Treviso, senza l’intervento di altri sacerdoti, impiegati comunali, medici in grado di fornirgli i necessari documenti falsi. Ma importante si rivelò anche l’apporto di altri, persone comuni, che riuscirono – come racconti – a fare arrivare generi alimentari e vestiario a un gruppo di false suore ebree nascoste in un convento. Quanto hanno contato queste silenziose “reti di solidarietà” nel successo del bene in contesti dominati massicciamente dal male?

«Le reti di solidarietà che sostennero l’operato di alcuni Giusti come don Pasin per la salvezza di ebrei furono di fondamentale importanza. Anche queste persone misero a repentaglio le proprie vite, il lavoro, la sicurezza personale. Falsificare documenti da parte di un impiegato comunale, non era cosa da poco. E in tal caso il podestà di allora doveva essere consenziente. Più alto il grado, più alto il rischio. Ma mi piace citare una vicenda che mi ha più volte dettagliatamente riferito mia madre, classe 1922. Alla stazioncina di Lancenigo, sulla linea Venezia Udine, c’era un addetto alle sbarre, che allora venivano azionate a mano. Quando cominciarono a transitare i treni merci carichi di persone inviate ai campi di prigionia e di sterminio, questo uomo semplice, un eroe rimasto per sempre anonimo, apriva furtivamente i portelloni del vagoni e, con brevi e chiare istruzioni faceva in modo che quanti più imprigionati possibile potessero saltare giù dal treno e fuggire mentre questo rallentava prima di entrare in stazione. Un giusto sconosciuto, come sicuramente ce ne sono tanti.»
- Ancora a proposito di Balcani, nel tuo libro, a un certo punto, leggiamo: “Se tutti gli uomini fossero stati malvagi il sole non splenderebbe più”. La citazione è tratta da un altro libro, “Uomini buoni in tempi malvagi”, scritto da Svetlana Broz, nipote nientemeno che del Maresciallo Tito, il leader della nuova Jugoslavia comunista, accusato da molti di “pulizia etnica” nei confronti degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia. Parentela a parte, chi era veramente Svetlana Broz e perché scrisse quella frase?
«Svetlana Broz, oggi settantenne, svolge o ha svolto la professione di medico. Durante la guerra negli anni ’90 lavorava negli ospedali dove arrivavano molti feriti di etnie diverse e ha fatto tesoro dei loro racconti, in cui spesso parlavano dell’aiuto reciproco che si erano scambiati tra loro, serbi, croati, bosniaci. A guerra finita ha deciso di scrivere un libro, girando in diversi paesi e città per raccogliere quante più testimonianze possibili che attestassero che l’odio non era ovunque così radicato e indiscriminato come molti credevano o volevano far credere. Aveva raccolto una notevole mole di materiale, quando un giorno strani ladri entrarono in casa sua, ma non portarono via oggetti di valore o denaro, bensì tutta la documentazione necessaria per scrivere il libro. Svetlana non si lasciò intimorire o scoraggiare; rifece daccapo il suo viaggio e recuperò il materiale perduto. Così riuscì a scrivere il suo libro. La frase da te citata è stata pronunciata da un camionista croato da lei intervistato.»
- Il tuo “Giusti e Genocidi del XX secolo” è anche una storia di alberi, in quanto, come affermi, l’albero è la rappresentazione in natura del Giusto: “purifica l’aria che respiriamo, produce fiori e frutti, è simbolo e portatore di vita”. Un albero piantato nello Yad Vashem di Gerusalemme, ricorda in particolare una figura che a me pare molto interessante, quella di Armin T. Wegner, insignito anche dall’Ordine di San Gregorio a Erevan, capitale dell’Armenia. Come è stato possibile che Shoah e genocidio armeno, i due massimi esempi del male nel Novecento, entrassero nella vita di uno stesso uomo? Una storia che ha dell’incredibile.
«Armin Wegner era un intellettuale tedesco pacifista che aveva raggiunto l’età del servizio militare allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Essendo perfettamente convinto che non avrebbe accettato di sparare a un suo simile, seguì dei corsi della Croce Rossa e fu arruolato nel servizio sanitario dell’esercito tedesco. Dopo un primo periodo in cui operò sul fronte polacco, venne trasferito in Medio Oriente, dove fu testimone delle deportazioni degli armeni ed entrò nei campi in cui gli ultimi sopravvissuti erano stati internati nel deserto siriano. Armin Wegner aveva con sé una macchina fotografica e, nonostante questo fosse severamente proibito dalle autorità turche e dagli alti gradi militari tedeschi (pena la fucilazione), scattò numerose foto che documentano tutto l’orrore visto.

Queste fotografie ancora oggi costituiscono il prezioso materiale per una mostra che viene spesso allestita in diverse città e che fu voluta e ideata, già diversi anni orsono, da Pietro Kuciukian, Console onorario dell’Armenia in Italia, e da Miscia Wegner, figlio di Armin. In Anatolia e in Siria durante la guerra era proibito anche entrare nei campi, ma Armin Wegner lo fece comunque e raccolse appelli con richieste di aiuto e testimonianze. Una volta scoperto i suoi superiori, in accordo con I Giovani Turchi, cercarono di eliminarlo in modo “incruento”, trasferendolo in un settore dove erano ricoverati i militari malati di colera, sperando che morisse di quella malattia. Ma il giovane Armin poté far ritorno in Germania e per qualche tempo si impegnò molto alacremente per far conoscere al mondo la tragedia armena. Denunciò anche il silenzio colpevole della Germania che non interferì con le azioni compiute dall’alleato ottomano. Quando negli anni ’30 iniziò la persecuzione degli ebrei nel suo Paese ebbe l’incredibile, se vogliamo folle idea di inviare una lunga lettera personale a Hitler, scongiurandolo di interrompere il processo in atto per il bene del popolo tedesco e per non nuocere al buon nome della Germania nel mondo e nella storia. Questa iniziativa gli costò l’arresto, torture e un periodo di prigionia, terminato il quale si trasferì definitivamente in Italia, dove visse a Positano e a Roma.»
- Dopo averlo letto, credo che molti si augureranno che questo tuo lavoro, narrativo e di ricerca, dovrebbe essere adottato ufficialmente da tutte le scuole superiori d’Italia, dove lo studio della Storia non rappresenta esattamente una priorità, e di cui oggi si avverte invece un gran bisogno. Tu, realisticamente, che accoglienza ti aspetti?
«Se questo libro fosse utile a insegnanti e studenti, per me significherebbe aver raggiunto il risultato massimo sperato.»


