
Inizia oggi la pubblicazione della prima parte che racconta la situazione delle proteste in Serbia
di Christian Eccher collaboratore della nostra testata.
Fatti e domande
Le manifestazioni studentesche in Serbia durano ormai da 7 mesi. A scatenarle è stato il crollo della pensilina della stazione ferroviaria avvenuto il 1 novembre del 2024 a Novi Sad, ma sono diventate con il tempo un urlo di rabbia e di disperazione contro il sistema di potere del Presidente Aleksandar Vučić. Le Università pubbliche sono sotto occupazione dal 3 dicembre, non ci sono né lezioni né esami. Gli studenti organizzano periodicamente manifestazioni di piazza che richiamano enormi masse di cittadini. Hanno chiesto, e ottenuto, le dimissioni del premier e del sindaco di Novi Sad. Chiedevano anche giustizia per i morti della pensilina; quando si sono resi conto che il governo non li accontentava (e non avrebbe potuto, perché una questione simile non è di competenza del potere esecutivo ma di quello giudiziario), hanno chiesto elezioni parlamentari anticipate. Non hanno mai avuto il coraggio di chiedere le dimissioni di Aleksandar Vučić; il Presidente e il suo partito sono così ancora al potere, ma perché? Perché non si è arrivati a una vera e propria rivoluzione e ci sono possibilità che ci si arrivi?
Un Paese contradditorio
È difficile capire che cosa stia succedendo in questo momento in Serbia, non solo per chi nel Paese vive da anni, ma anche per gli stessi analisti serbi. Nei Balcani, nulla è mai come sembra e le dinamiche politico-sociali (anche psicologiche) delle masse sono estremamente complesse. Traumi del passato, rabbia repressa e stratificata, odi atavici vengono fuori proprio in occasioni simili a questa e per capire la situazione è necessario liberarsi da ogni pregiudizio e da concetti quali il bene e il male, il giusto e l’ingiusto.
Dopo il 15 marzo, la palude
Alla manifestazione del 15 marzo scorso, che si è tenuta in piazza Slavija a Belgrado, hanno partecipato 350.000 persone. In molti si aspettavano che il popolo, al termine dell’evento, si riversasse verso il Parlamento e lo occupasse, come era già avvenuto il 5 ottobre del 2000, quando l’allora Presidente della Repubblica Slobodan Milošević aveva falsificato i risultati delle elezioni parlamentari a proprio vantaggio. Il funzionario di polizia Milan (tutti i nomi in questo reportage sono inventati) ce lo conferma: “Il 14 marzo i nostri capi ci hanno salutato e ci hanno chiesto scusa se avessimo qualche volta peccato di saccenza o di maleducazione. Molti colleghi si abbracciavano e si baciavano, convinti che dall’indomani avrebbero perso il posto di lavoro. Ci siamo rivisti in ufficio il 16 marzo: nessuno poteva credere che tutto fosse ancora come prima”.
Delle ragioni inerenti alla mancata rivoluzione parleremo in altra sede. Quello che ci interessa analizzare è cosa sia successo dopo il 15 marzo. Le Università sono rimaste sotto occupazione, Vučić ha tagliato la paga dei professori che hanno cominciato a litigare fra di loro sul da farsi, se appoggiare ancora gli studenti o meno. Nel frattempo, dopo due mesi di immobilità, gli studenti stesso hanno modificato le proprie richieste: non più giustizia e arresto dei responsabili del crollo della stazione di Novi Sad, ma elezioni politiche.
Da quel momento, hanno cominciato a stilare una lista elettorale studentesca di cui si sa solo che dovrebbero farne parte persone di alta integrità morale e che non hanno mai fatto politica: sono così automaticamente esclusi membri dell’opposizione, delle ONG ed ex politici. Nel corso dei mesi, gli studenti han preso le distanze – tramite comunicati ufficiali diffusi a mezzo di reti sociali – da tutti i partiti politici, da ogni ONG presente sul territorio serbo e persino dagli individui che abbiano osato criticarli o consigliarli. Il movimento studentesco ha assunto così un deciso carattere populista-qualunquista che ha impedito ogni articolazione politica del dissenso. Nel frattempo, la popolazione e i giornali di opposizione, hanno esaltato questo movimento e han già proclamato gli studenti vincitori del premio nobel per la pace (solo per essere stati candidati a questa alta riconoscenza), liberatori, partigiani, geni… Una vera e propria idolatria. Questo ha sicuramente contribuito a rafforzare nei giovani che protestano il desiderio di continuare le occupazioni delle Università ma anche un senso di disprezzo nei confronti di tutti coloro che hanno mosso e muovono critiche nei loro confronti, a cominciare dai colleghi che vorrebbero tornare nelle aule e dai professori, alcuni dei quali disperati perché sono da mesi senza stipendio. Il presidente Vučić ha risposto alle occupazioni con una tendopoli improvvisata sistemata proprio davanti al parlamento, dall’opinione pubblica definita Ciaziland (il nome deriva da una scritta apparsa su un ginnasio di Novi Sad, “Gli allievi a scuola!”. L’autore, secondo alcuni per ignoranza ma probabilmente per fretta, ha confuso due lettere simili dell’alfabeto cirillico, la g e la c di “djaci”, allievi appunto,e da qui è nato il gioco di parole). Chiunque abbia osato muovere critiche agli studenti, è stato definito “ciazi”.
Miserie di una protesta
Gli studenti serbi hanno davvero smosso il Paese dall’apatia sociopolitica in cui versava. A piedi, hanno percorso tutta la Serbia perché la loro voce arrivasse anche nei villaggi più sperduti. Hanno commesso però anche degli errori. Il primo è stato quello di continuare a occupare le Università pubbliche anche dopo il 15 marzo. Dopo questa fatidica data, gli studenti fuori sede sono tornati alle proprie case, principalmente per questioni economiche: affittare una stanza in Serbia è diventato per molti proibitivo, dato che l’arrivo in tutto il Paese di circa 200.000 russi in fuga dalla guerra di Putin ha fatto schizzare i prezzi degli immobili alle stelle. A Novi Sad, per esempio, è rimasto solo il 20% degli studenti dell’intero ateneo, che conta più di 50.000 iscritti. Nelle facoltà, a occupare ci sono non più di 40 studenti, i cui plenum prendono decisioni secondo il principio della democrazia diretta. La vera follia è che, dopo 7 mesi di occupazione, nessuno, né gli studenti né i professori, vogliono ammettere che l’anno accademico è perso e si continua a rimandare la discussione sul recupero delle lezioni perse. Una professoressa di Belgrado, che chiede di rimanere anonima, ci aiuta a capire il perché di questa situazione di stallo: “Gli studenti si sentono importanti, e lo sono in questo momento. Il popolo crede in loro. In più, arrivano continue donazioni: cittadini, imprenditori anonimi, serbi della diaspora versano a chi protesta somme anche ingenti. Parliamo di decine di migliaia di euro gestite non si sa da chi e come. Capite, dà più soddisfazione gestire i soldi che studiare” La professoressa continua la propria analisi: “Con questo non voglio dire che qualcuno ruba, non credo questo avvenga, ma interrompere le occupazioni vorrebbe dire limitare il flusso delle donazioni. Quello che gli studenti non capiscono o non vogliono capire è che stanno distruggendo l’Università pubblica. Noi professori non prendiamo lo stipendio da mesi e Vučić ha in mente un progetto di legge per aprire filiali di Università private straniere in Serbia. In futuro, chi ha i soldi potrà studiare in uno di questi atenei, per gli altri ci saranno invece le università statali, scadenti e poco finanziate. I migliori professori passeranno in quelle private o andranno all’estero”.
La seconda parte sarà pubblicata venerdì 08/08/2025


