Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo di Ornella Sciucca su “ILDIARIOonline”
C’è un tempo che non si misura con orologi, né con scadenze. È raro, fragile, nostro, il tempo che si salva dal rumore e serve per capire, per fare ordine. Lo riconosci quando avverti di non averlo ancora sprecato del tutto, ma neppure di averlo abitato fino in fondo. È il tempo utile, come lo chiama Valerio Di Donato. Non quello delle agende, ma quello dell’anima, che ci invita a restare svegli, che può ancora essere trasformato, salvato. Se non lo usi bene, ti resta sullo stomaco. Il nostro interlocutore, abruzzese di nascita, veneto d’adozione, bresciano per destino, in questo spazio interiore si muove con urgenza, ma anche con misura. Ci ha riversato tutto ciò che conta, la scrittura, la memoria, il giornalismo, la musica, i Balcani, l’Italia di ieri e quella di oggi. E ogni volta che ne parla, si percepisce quella ricchezza irrisolta, quell’inquietudine lucida che appartiene ai narratori autentici. Lo abbiamo incontrato in un passaggio silenzioso, tra la pubblicazione de “La via di Emilio”, presentato di recente a Palazzo Modello a Fiume, e nuove idee che premono. Il dialogo si è disteso con naturalezza, tra una visita, un caffè, una pausa. Nessun bisogno di incalzare, la sua storia, le sue parole, erano già tutte lì, vive, in attesa. A colpirci, prima ancora del contenuto, è stato il passo, quel modo garbato e schivo di entrare nella conversazione, come chi si affaccia con rispetto nei mondi altrui. Valerio non riempie lo spazio, lo ascolta. E quando parla, sembra sempre che stia scegliendo con cura non solo ciò che vuole dire, ma anche ciò che non vuole tradire. L’impressione è quella di una coscienza sottile, in continuo esercizio. Il suo tono ha qualcosa di profondamente etico.
Le parole, tra esattezza e rischio
Di Donato è stato per oltre vent’anni un giornalista serio, attento, poco incline alle scorciatoie. Ha lavorato nella redazione Interni/Esteri del “Giornale di Brescia”, in un’epoca in cui la carta stampata respirava e le redazioni avevano odore d’inchiostro e rumore di pensieri. Le notizie non erano solo flussi, ma materia viva da maneggiare con cura. Si intuisce quanto quel mestiere gli sia entrato nel midollo. “Non è stato sempre facile, e non sempre è stato amore. Però mi ha dato molto”. Non si è mai riconosciuto pienamente nella routine del desk, nelle agenzie da rielaborare. Il suo modo di raccontare cercava un altro spazio, fatto di respiro e riflessione. “Il giornalismo, quando non si ferma alla superficie, ti chiede di capire, non solo di informare. E allora diventa una forma di conoscenza, forse anche di cura”. Ma c’era anche un limite, ha detto. Quello stile asciutto, veloce, a volte prevedibile, che rischia di diventare automatismo. Nel romanzo ha voluto liberarsi da quella gabbia espressiva, dalla cadenza linguistica che chi lavora troppo a lungo nella cronaca finisce per interiorizzare. “Nel mio ultimo libro ho cercato di usare frasi nuove, sguardi personali. Senza insegnare nulla, senza spiegare troppo. Cercando uno stile che fosse, semplicemente, mio”. Scrivere, per lui, non è mai stato solo registrare. È stato tentare di trasformare la cronaca in profondità, l’evento in esperienza. E forse proprio per questo, a un certo punto, ha sentito il bisogno di abbandonare la precisione algida del biografismo per scegliere invece il linguaggio più poroso, ambiguo, e dunque più autentico, della narrativa.
Il disordine come forma di verità
La sua formazione non è stata lineare. Valerio è nato a Teramo, ma la sua infanzia è veneta. A sei mesi si trasferì con la famiglia a Treviso, dove affondano le sue radici. Figlio di insegnanti, il padre professore di lettere classiche, la madre maestra, ha assorbito la lingua come una seconda pelle. Ma non si è mai lasciato inquadrare. Era disordinato, ribelle, eccessivo nei temi, incurante della misura. Eppure, è proprio in quell’eccesso che si accese la scintilla. A undici anni scrisse un racconto immaginando un’intervista con Robert McNamara, stratega dell’intervento americano in Vietnam. Aveva sentito il suo nome al telegiornale, e da lì nacque un bel tema. Già allora c’era una fame precoce di comprendere il mondo per poterlo raccontare, di non limitarsi a viverlo ma di dargli voce. Anche se caotica, anche se imperfetta. Il giornalista parla della sua vocazione non come di una chiamata, ma come di un’impronta iniziale, qualcosa che non ha scelto, ma che l’ha scelto. Poi, certo, ha fatto altro. Ha lavorato per associazioni di categoria, ha vissuto vite che non sentiva proprie, ma che ha attraversato con onestà. Ha affrontato giornate in cui la scrittura era un lusso da ritagliare tra gli orari d’ufficio. “Non mi vergogno di quei lavori. Mi hanno permesso di vivere. E poi, anche lì, ho scritto. Articoli, osservazioni, riflessioni. Piccole cose. Ma erano mie”. Scriveva in sordina, senza pubblico. Ma lo faceva sempre. Fino a quando, nei primi anni Novanta, entrò nella redazione del “Giornale di Brescia”, nella sezione Interni ed Esteri, quella che pochi volevano fare. E lì qualcosa cambiò. Perché dentro quelle cronache c’erano i Balcani, l’Istria, le guerre. E c’era un filo che gli bruciava dentro.

I Balcani e le voci dimenticate
La scrittura di Valerio Di Donato si muove su terre instabili, sia geografiche che interiori. Gli anni Novanta hanno rappresentato per lui un crocevia essenziale. La dissoluzione dell’ex Jugoslavia, le guerre balcaniche, l’orrore accaduto a pochi chilometri da casa gli si sono imposti come urgenze etiche. “Ero al desk, facevamo le pagine con le agenzie. Ma quando è scoppiata la guerra nei Balcani, ho sentito che non potevo restare fuori. Era tutto troppo vicino”. Leggeva i reportage di Paolo Rumiz, di Massimo Nava, di Giuseppe Zaccaria. In quelle penne trovava un’intensità che lo costringeva a misurarsi con i propri limiti, ma anche a superarli. Sentiva che era possibile fare di più, che non era sufficiente restare sul margine. La notizia non bastava. Avvertiva il bisogno di esserci. Partì, dunque. In Istria, in Serbia, in Croazia, in Bosnia. Non come inviato ufficiale, ma come uomo che vuole vedere e comprendere. Viaggiò con la Caritas, insieme ai volontari, con mezzi propri, affidandosi più alla volontà che alle strutture. Da quelle esperienze nacquero tre libri profondi e rigorosi: “ISTRIANIeri. Storie di esilio” nel 2006 (Liberedizioni), “Le fiamme dei Balcani” nel 2021 (Oltre Edizioni) e “La via di Emilio” (Ronzani Editore), presentato recentemente proprio nel capoluogo quarnerino, presso il sodalizio fiumano. Testi che non si pongono l’obiettivo di raccontare la Storia, bensì di attraversare le storie. Ciò che li anima è la frattura intima delle vite, il silenzio che si annida nel dettaglio, la verità che sfugge alla retorica.
Confini, fughe, identità
Valerio ha attraversato molti confini. Alcuni sono evidenti, fisici, linguistici, culturali. Altri si rivelano più sottili, più ostinati, profondi. Ma in nessuno di essi ha cercato una definizione. Piuttosto ha accolto la complessità come luogo in cui sostare. “L’identità non è mai un punto fermo, è un interrogativo. Non voglio aderire a nessuna chiesa. Non cerco rassicurazioni. Mi basta avere dei legami veri, delle amicizie sparse, e sapere che, in fondo, sono sempre lo stesso”. Nei suoi testi, l’esilio si svincola dalla cornice storica per assumere la forma di una condizione esistenziale. Un essere-altrove che diventa cifra narrativa e specchio di un’inquietudine collettiva. “Il confine non è solo un luogo. È una soglia. Un momento in cui devi decidere se restare o andare. E spesso, ovunque tu vada, ti porti dietro l’esilio”.
Emilio, Giacomo e Robertino
Nel suo ultimo romanzo, “La via di Emilio”, Di Donato racconta la vicenda di Emilio Sergi, un uomo di novantacinque anni ispirato alla figura di Giacomo Scotti. Un testimone del secolo breve, attraversato da illusioni e crolli, da sogni politici e solitudini private. È una narrazione stratificata e densa, in cui si intrecciano la guerra, il dopoguerra, le utopie socialiste, la disillusione, l’emergere del neocapitalismo. Ma tutto questo non viene mai spiegato, semmai incarnato. La storia si muove attraverso uno sguardo umano, a tratti feroce, a tratti intimo. Accanto a Emilio si manifesta una presenza acuta e tagliente, una Voce che lo accompagna nel confronto con la propria memoria, che ha il timbro del cantante napoletano Roberto Murolo, e che agisce come contrappunto pungente e spiazzante. “Non volevo un monologo. Avevo bisogno di uno scambio. E quella voce è anche la mia, con cui litigo, discuto, provo a capirmi. Il mio Robertino”.”Non intendevo scrivere una biografia – ha aggiunto –. Ho voluto raccontare la quotidianità di un uomo vecchio, ma ancora lucido, la relazione tra Emilio e Dorina, sua moglie, donna forte, concreta, ironica. Una figura che non sostiene solo il protagonista, ma tiene insieme il senso stesso del narrare. La loro è una quotidianità fatta di attese, silenzi, battute, resistenza. Una coppia che conosce il limite, ma anche il conforto della continuità. In quel legame si rifrange il nucleo più vero del romanzo. La memoria che non si arrende, l’affetto che tiene, la possibilità di restare umani quando tutto intorno sembra franare.
Restituire un mondo perduto
“Il giornalismo è utile, necessario. Ma non può tutto. La narrativa può avvicinarsi all’indicibile. Può suggerire, senza spiegare”. Scrivendo Emilio, il giornalista ha sentito la necessità di riaccendere un’eco profonda. Non solo a Scotti, ma a un intero universo che rischia di dissolversi nel silenzio. “Giacomo è un uomo intenso, scomodo, vero. Ha fatto scelte coraggiose, ha pagato un prezzo. Credo che avesse il diritto di essere raccontato, non solo il bisogno. Perché rappresenta un mondo che non c’è più, ma che ha molto da dirci. E io ho provato a rendergli giustizia, con rispetto”. Nel romanzo c’è molto di Valerio. Non nei fatti, ma nei respiri. Nella stanchezza dignitosa del protagonista, nella consapevolezza che dare forma a un frammento di realtà è anche un modo per restare fedeli a ciò che non si è potuto vivere. Tra i due è nato un legame profondo. Scotti ha letto ogni capitolo, ha condiviso con lui due borse di materiali, ha aperto l’accesso a un tempo intimo, conducendolo nei luoghi delle parole mai dette. Podhum, l’isola Calva, i villaggi bruciati. “Senza la sua fiducia, questo libro non sarebbe nato”. Scrivere, allora, diventa un gesto di ascolto profondo, una forma di precisione etica per restare fedeli alla complessità. Valerio esercita una scrittura che si misura con la responsabilità. Sorvegliata, sobria, onesta. “Rileggo spesso i miei testi. Devono convincere prima me. Se non mi suonano giusti, li cambio. Sono esigente”. Lo stesso principio lo guidò anche fuori dalla pagina, nel 2010, quando organizzò a Brescia un incontro simbolico tra Milan Rakovac e Fulvio Salimbeni. Due presenze che riportano alla luce l’esodo, la dissoluzione, e due cicatrici incise sulla stessa pelle.
La nostalgia, il mare e la musica
Nei racconti del nostro interlocutore si avverte una malinconia sottile, che tuttavia non si traduce mai in resa. Non c’è compiacimento nel guardarsi indietro, piuttosto un sentimento di tenerezza per ciò che ha inciso, per ciò che ha lasciato un’impronta. Una nostalgia che si manifesta come una forma di amore consapevole. “Non è veleno. Quello è un’altra cosa. Quello è rabbia, è rancore. La nostalgia è dolce. A volte confina con il rimpianto, ma è amore per ciò che ti ha lasciato qualcosa dentro. Anche quando hai litigato, come con mio padre. Era duro, autoritario, figlio del suo tempo. Io no. Io sono figlio del post Sessantotto, della contestazione, del bisogno di capire, di non obbedire”.
Nella chiacchierata con Valerio, a un certo punto, è emerso anche il mare. Un tema marginale, forse, ma rivelatore. Le poesie di Giacomo Scotti dedicate alla grande distesa blu lo commuovono, lo raggiungono in una zona interiore dove si depositano la perdita e il desiderio, senza proclami. Se dovesse affrontarlo in scrittura, ha confidato, probabilmente lo farebbe con lo stesso tono, con la stessa misura. Quel tipo di nostalgia, affilata ma mai cupa, gli appartiene. E in quel sentire comune, si riconosce un’affinità che va oltre le biografie, toccando il terreno più sfumato della sensibilità. Come gli appartiene, in modo naturale e discreto, la musica. Suona la chitarra, ha cantato in un gruppo, i “200 km” di Treviso, e ora sta cercando di rimettere insieme qualcosa anche a Brescia. Si è formato con Battisti, De Gregori, Dalla, i Beatles… “Strimpello, ma con passione. La mia voce somiglia a quella di Battisti. Ho anche un nonno che fu direttore d’orchestra. Deve essere rimasto qualcosa nel sangue”. Non possiede una formazione musicale accademica, ma afferma con serenità di avere orecchio, e soprattutto un profondo desiderio di armonia.
Verso una nuova narrazione
Oggi lo scrittore si muove lungo un crinale sensibile, in bilico tra ciò che è già stato scritto e ciò che attende di emergere. Non ha un progetto preciso, ma un’intuizione che lo accompagna. Sta lavorando a un nuovo scritto, forse più vicino alla propria esperienza, forse meno, e tuttavia teso a riflettere una trasformazione più grande. Vorrebbe parlare del cambiamento che avviene quando il corpo comincia a modificarsi, quando il tempo si fa più stretto e la memoria, invece, si dilata come un mare aperto. Ha già iniziato a scrivere, qualche pagina soltanto, ma sufficiente per farne dono a sua figlia, che le ha lette e le ha trovate belle. C’è però, ha riferito, ancora qualcosa che manca. Un filo, un ritmo, una necessità che tenga insieme le parole. “Sento che devo trovare un modo nuovo per dire quello che si prova quando si mette un piede dentro un’altra stagione della vita. Ma non è facile. La scrittura richiede spazio mentale, e io fatico a organizzare il mio tempo libero. E poi… la coperta si sta accorciando”. Eppure, anche in questa consapevolezza c’è un’energia silenziosa, una forma di grazia naturale, la stessa che si percepisce in chi ha fatto pace con le proprie imperfezioni, senza smettere però di desiderare. E mentre lo ascoltiamo, comprendiamo che non sta cercando semplicemente un nuovo libro. Sta cercando, ancora una volta, un modo per custodire il tempo. Quello vero. Quello che resta. Quello che, se lo vivi con autenticità, non scivola via ma lascia tracce. Un battito lento, ma pieno: il tempo utile.


