Francesca Albanese presenta il suo rapporto alla Camera dei Deputati

Il nuovo rapporto di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967, denuncia le complicità aziendali e accademiche nel sistema israeliano nei territori palestinesi occupati


Martedì 29 luglio Francesca Albanese ha presentato alla Camera dei Deputati il nuovo rapporto intitolatoFrom economy of occupation to economy of genocide (Da un’economia di occupazione a un’economia di genocidio) reso pubblico in occasione della 59a sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Il rapporto svela come l’occupazione israeliana si sia evoluta in un progetto coloniale sistematico, alimentato da una vasta rete economico-industriale.

Secondo Francesca Albanese, questa rete ha ora raggiunto una fase critica, trasformandosi in una vera e propria “economia del genocidio”. Il documento critica aspramente il ruolo delle aziende, affermando che “mentre i leader politici e i governi si sottraggono ai loro obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale, dell’apartheid e ora del genocidio”.

Complicità Economica e Tecnologica nell’Occupazione

Francesca Albanese evidenzia come settori chiave come l’industria militare, la tecnologia, la finanza e il mondo accademico siano profondamente intrecciati con l’infrastruttura dell’occupazione.

Il rapporto fornisce prove documentate che aziende israeliane e multinazionali di spicco, tra cui Elbit Systems, Lockheed Martin, Google, Microsoft e Amazon, hanno fornito strumenti, tecnologie e supporto logistico cruciali. Questi contributi hanno permesso il massiccio utilizzo della forza contro la popolazione civile palestinese, attraverso forniture di armamenti, sistemi di sorveglianza biometrica, analisi predittive basate su intelligenza artificiale e servizi cloud essenziali per le operazioni militari.

Il rapporto di Albanese sottolinea le responsabilità internazionali, non solo degli Stati, ma anche delle aziende e dei loro dirigenti. Il diritto internazionale impone obblighi chiari per prevenire, astenersi e disimpegnarsi da attività che alimentano gravi crimini, incluso il genocidio. L’attuale complicità delle aziende, si legge nel rapporto, rappresenta “solo la punta dell’iceberg”.

Una sezione significativa del rapporto è dedicata al ruolo delle università, considerate parte integrante dell’apparato di oppressione e responsabili della perpetuazione del regime di apartheid. Queste istituzioni, afferma Albanese, producono conoscenze, tecnologie e narrazioni funzionali all’occupazione.

In particolare, i paragrafi 82-86 del rapporto evidenziano quanto segue:

  • Università israeliane e complicità ideologica/tecnologica: Le università in Israele, in particolare le facoltà di giurisprudprudenza, i dipartimenti di archeologia e gli studi sul Medio Oriente, sono accusate di contribuire all’impalcatura ideologica dell’apartheid, creando narrazioni filostatali, cancellando la storia palestinese e giustificando le pratiche di occupazione. Contemporaneamente, i dipartimenti di scienza e tecnologia fungono da centri di ricerca e sviluppo per collaborazioni tra l’esercito israeliano e i contraenti del settore bellico (come Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI), IBM e Lockheed Martin), contribuendo alla produzione di strumenti di sorveglianza, controllo delle folle, guerra urbana, riconoscimento facciale e uccisioni mirate, spesso “testati” sui palestinesi.
  • Collaborazioni internazionali: Le principali università occidentali collaborano con istituzioni israeliane in modi che danneggiano direttamente i palestinesi. Ad esempio, alcuni laboratori del MIT conducono ricerche su armamenti e tecnologie di sorveglianza finanziate dal Ministero della Difesa israeliano (IMOD), l’unico esercito straniero a finanziare la ricerca del MIT. Progetti noti includono il controllo di sciami di droni (utilizzati nell’assalto a Gaza dal 2023), algoritmi di inseguimento e sorveglianza subacquea. Il MIT ha anche gestito un fondo seed di Lockheed Martin e ha permesso a Elbit Systems di accedere a ricerche e talenti tramite il suo programma Industrial Liaison.
  • Finanziamenti europei e coinvolgimento nell’apartheid: Il programma Horizon Europe della Commissione Europea facilita attivamente la collaborazione con istituzioni israeliane, incluse quelle coinvolte in pratiche di apartheid e genocidio. Dal 2014, la Commissione ha erogato oltre 2,12 miliardi di euro a entità israeliane, compreso il Ministero della Difesa. Anche le istituzioni accademiche europee traggono beneficio e rafforzano queste interconnessioni. La Technische Universität München (TUM), ad esempio, ha ricevuto 198,5 milioni di euro in fondi Horizon, di cui 11,47 milioni di euro per collaborazioni con partner israeliani, incluse aziende militari e tecnologiche. La TUM e la IAI collaborano a un progetto per lo sviluppo di tecnologie di rifornimento a idrogeno verde, rilevanti per i droni militari usati dalla IAI a Gaza. Inoltre, la TUM collabora con IBM Israel (che gestisce il Registro Popolazione discriminatorio) su sistemi cloud e intelligenza artificiale.
  • Legami universitari post-ottobre 2023: Molte università hanno mantenuto legami con Israele anche dopo l’escalation del conflitto nell’ottobre 2023. L’Università di Edimburgo nel Regno Unito, ad esempio, detiene quasi 25,5 milioni di sterline in quattro giganti tecnologici (Alphabet, Amazon, Microsoft e IBM), centrali nell’apparato di sorveglianza israeliano e nella distruzione in corso a Gaza. L’università collabora anche con aziende coinvolte nelle operazioni militari israeliane, come Leonardo S.p.A. e l’Università Ben Gurion attraverso un laboratorio congiunto su intelligenza artificiale e scienza dei dati.
  • Repressione delle proteste e interessi finanziari: L’analisi del rapporto suggerisce che la repressione globale delle proteste universitarie non sia motivata principalmente dalla lotta all’antisemitismo, ma piuttosto dalla volontà di proteggere Israele e salvaguardare gli interessi finanziari istituzionali. Il rapporto riconosce il lavoro cruciale svolto da studenti e personale nel richiedere responsabilità alle università.

Inoltre, le imprese menzionate nel documento non solo forniscono infrastrutture per la sorveglianza, la repressione e la distruzione sistematica del popolo palestinese, ma hanno aumentato notevolmente i loro guadagni.

Questa è l’inchiesta più difficile che abbia mai fatto, sostiene Francesca Albanese, oltre all’ideologia c’è il profitto di troppi.

I due pilastri dell’occupazione israeliana, “sono lo sfollamento e la sostituzione, e il mezzo principale per attuarli sono le armi, fornite da aziende israeliane e internazionali, tra cui la Leonardo“.

Dall’8 ottobre 2023, le aziende nominate nel rapporto, invece di fermarsi, hanno continuato a trarre profitto.

È il caso anche di aziende come Volvo, Hyundai e Caterpillar i cui bulldozer stando contribuendo alla polverizzazione di ciò che resta oggi di Gaza”.

Il business del genocidio dei palestinesi, ha aggiunto la relatrice, “è quantificabile: da ottobre 2023 a maggio 2025 il valore della borsa di Tel Aviv è triplicato“.

Durante l’audizione alla camera alle domande dei giornalisti, Francesca Albanese si è detta inoltre intenzionata a portare avanti una nuova inchiesta sul ruolo dei media mainstream: “Mi preoccupa la situazione in Italia, la censura e l’autocensura dei mezzi di comunicazione. Nel frattempo, a Gaza morivano centinaia di giornalisti“.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here