ROCCO CHINNICI

Il 29 luglio prossimo ricorrerà il quarantaduesimo anniversario dell’assassinio del giudice Rocco Chinnici, ucciso a Palermo nel 1983 assieme agli uomini della sua scorta e al portiere dello stabile dove viveva.

Cinquantasette anni, ideatore del primo pool antimafia assieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Chinnici fu il primo magistrato a capire l’importanza di conoscere il contesto sociale all’interno del quale nasce e si sviluppa la criminalità.

Da qui il suo impegno a trascorrere più tempo libero possibile a parlare ai ragazzi nelle scuole, spinto dagli insegnamenti evangelici, che gl’imponevano di applicare al suo lavoro la parola di Cristo.

Rocco Chinnici, infatti, prima di considerarsi un magistrato nella lotta contro la Mafia si considerava un cristiano, e questo lo si può intuire dalla lettura del volume “L’illegalità protetta – Le parole e le intuizioni del magistrato che credeva nei giovani (pag.211, anno 2018, Glifo Edizioni)”.

Il volume, a parer mio struggente – ma che vale la pena leggere – corredato dai ricordi dei figli Caterina e Giovanni, oltre ad alcuni interventi di Francesco Petruzzella, Attilio Bolzoni e Antonio La Spina, riporta una serie di interventi di Chinnici.

Padre sempre presente, affabile con i nuovi colleghi che invitava a pranzo all’ultimo momento, come avvenne per un giovane Giovanni Falcone, scombinando – ma solo apparentemente – i piani di sua moglie, e amico di Paolo Borsellino, che nel 1989 scrisse una presentazione alla prima edizione del volume, il testo ci consegna il ritratto di un uomo alla mano, al quale piaceva stare assieme agli amici.

Interessante, è poi l’intervista rilasciata da Chinnici a Lillo Venezia, pubblicata sulla rivista “I Siciliani”, nel marzo del 1983.

 Il magistrato affermava di non credere al pentimento dei mafiosi, e di essere più che convinto che per ogni uomo dello Stato caduto per mano della Mafia, “ce ne sono altri dieci disposti a proseguire con maggiore impegno, coraggio, determinazione” (..) credendo nei giovani, “nella loro forza, (…) nella loro coscienza”

Conclude il volume l’omelia del cardinale Salvatore Pappalardo che ai funerali del giudice e delle vittime dell’attentato citò il Salmo 118: La mia vita è sempre in pericolo, ma non dimentico la tua legge; gli empi hanno teso i loro lacci, ma non ho deviato dai tuoi precetti”.

Antonio Fabris
Classe 1974, da venticinque anni dipendente della Confcommercio di Treviso, vivo da sempre a Mogliano Veneto, e sono un appassionato di Storia locale. Fan di Giovannino Guareschi, lettore di libri sul Veneto, e sulla mia città, frequento, e collaboro, con il Gruppo Ricerca Storica Astori "Don Giuseppe Polo". Da un paio di anni a questa parte, mi sono appassionato anche alla storia del ghetto di Venezia, in particolare della letteratura ebraica (1558-1663).

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