Nell’uso comune la parola “ghetto” indica un luogo ben delimitato nel quale sono costretti a vivere gli esponenti di una minoranza etnica o religiosa. La storia ci insegna che il primo fu inventato dai bravi veneziani per controllare meglio la comunità ebraica locale che pure aveva un ruolo importante nei commerci e nelle transazioni finanziarie della città lagunare.
C’era naturalmente di mezzo anche l’influenza della chiesa cattolica che, obtorto collo, sopportava la presenza di un popolo su cui gravava la pesantissima “colpa” storica di aver crocifisso Gesù. Tutto sommato però quel ghetto risultava decisamente più accettabile degli spietati “pogrom” antiebraici che avevano costellato il Medioevo e che in altre parti d’Europa continuarono anche nei secoli successivi.
A far diventare il ghetto un universo concentrazionario di spaventosa violenza è stato il nazismo, la cui perversa ideologia non prevedeva affatto la convivenza con gli Ebrei, ritenuti una sorta di untermenschen, ma voleva piuttosto la loro eliminazione fisica in quanto ritenuti responsabili di tutti i mali del mondo.
Da qui il continuo peggioramento delle condizioni di vita nei ghetti che ebbe negli anni di guerra una drammatica accelerazione, inversamente proporzionale all’andamento delle fortune belliche tedesche. Quando dal 1943 in poi le sorti del conflitto si capovolsero e i nazisti si resero conto che non avrebbero più potuto vincere la guerra, la loro rabbia nei confronti degli Ebrei aumentò in maniera esponenziale, quasi temessero di non aver più il tempo di cancellarli dalla faccia della terra.
L’apice di questa barbarica violenza si ebbe nell’aprile del 1943 con la rivolta del Ghetto di Varsavia, il maggiore d’Europa con i suoi 60.000 abitanti che ancora non erano stati deportati nei lager. Le condizioni di vita in quel luogo terribile erano progressivamente peggiorate, come bene documentano le fotografie scattate da un graduato della Wermacht che riprese, quasi per diletto, i cadaveri di uomini, donne e soprattutto bambini lungo le strade del ghetto: la fame, fedele alleata dei nazisti, stava facendo un egregio lavoro al posto delle SS che se ne stavano a guardare dalle torrette di guardia che circondavano il ghetto.
“Per le strade – racconta un testimone sopravvissuto – si nota un sempre maggiore numero di bambini dalle facce gonfie, con braccia e gambe anche esse gonfie, di bambini dai corpicini coperti di bolle e croste; di bambini dalle, facce scheletriche, sulle quali spiccano con violenza degli occhi grandi, spaventati, affamati con ossa del cranio sporgenti nascoste appena dalla pelle; di bambini dalle gambette inverosimilmente magre e dalle facce invecchiate, appassite, nelle quali difficilmente si possono scorgere i lineamenti delicati abituali dei bimbi; si vedono per le strade dei bambini rannicchiati, miseri, sofferenti, bambini affamati”.
La rivolta di Varsavia contro questo orrore scoppiò il 18 aprile e terminò il 16 maggio 1943 con l’eliminazione fisica o la deportazione di tutti gli Ebrei superstiti e la completa distruzione del ghetto che venne raso al suolo.
Ogni riferimento ad avvenimenti attuali è del tutto voluto.




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Grazie!
Lettura tanto più apprezzata nel giorno in cui leggo la dichiarazione di Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem – ONG israeliana – (citata da ANSA): “Nulla ti prepara alla consapevolezza di fa parte di una società che sta commettendo un genocidio”.
Restiamo Umani!!!