Il 19 luglio di ogni anno, l’Italia si ferma per ricordare Paolo Borsellino, magistrato siciliano caduto per mano della mafia nel 1992, in una delle pagine più tragiche e dolorose della storia repubblicana.
Quel giorno, in via D’Amelio a Palermo, un’autobomba esplose uccidendo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Il magistrato aveva appena suonato il campanello a casa della madre. Morì pochi secondi dopo.
A soli 57 giorni dalla strage di Capaci in cui perse la vita il collega e amico Giovanni Falcone, Borsellino sapeva di essere un bersaglio. Eppure, non si tirò mai indietro.
Continuò a lavorare con determinazione, portando avanti le indagini sul sistema criminale di Cosa Nostra e sulle sue connivenze con pezzi dello Stato.
Il suo impegno incrollabile era mosso da una visione alta e nobile della giustizia: quella di uno Stato forte, trasparente, vicino ai cittadini e impermeabile alla corruzione.
Credeva nella legge come strumento di liberazione e nella responsabilità civile come dovere morale. Borsellino non fu un eroe solitario, ma un servitore delle istituzioni con un forte senso della collettività e del bene comune.
Ma a distanza di 32 anni, la domanda è inevitabile: è davvero cambiato qualcosa?
Siamo davvero diventati quel Paese libero dalla mafia e dalla corruzione per cui Borsellino ha dato la vita? Beh la risposta sembra quasi inevitabile: No.
La verità, cruda e fastidiosa, è che le mafie oggi sono più silenziose, ma ancora ovunque: infiltrate nei cantieri pubblici, nei bilanci dei Comuni, persino nella sanità e nei fondi europei. Secondo l’ultima relazione DIA, la criminalità organizzata in Italia muove un’economia parallela che supera i 100 miliardi di euro all’anno, e riesce a mimetizzarsi dietro imprese pulite, cooperative e appalti.
E la corruzione? Nel 2024, Transparency International ha classificato l’Italia al 41° posto al mondo per percezione della corruzione, ben dietro a molti Paesi europei.
Denunce di tangenti, favoritismi, scandali giudiziari nelle alte sfere dello Stato sono all’ordine del giorno. Il virus dell’illegalità si è solo fatto più sofisticato, ma continua a intaccare la fiducia dei cittadini e a frenare il futuro del Paese.
Allora che fare? Restare spettatori cinici? O continuare a credere che cambiare è possibile?
Borsellino ci ha mostrato la via: dignità, coraggio, coerenza. A noi il compito di seguirla.
Ogni giorno. Con gesti piccoli ma concreti, con la schiena dritta, senza mai chinare il capo di fronte al compromesso.
Perché l’Italia si cambia davvero solo se ognuno di noi ha il coraggio di scegliere da che parte stare.


