Termina oggi con il terzo capitolo la storia “Agostino il cuore nel lavoro” di Enrico De Zottis
Poi sono arrivati i primi Novanta. Ed è venuto giù tutto. Un crollo, una frana del Vajont su scala nazionale. Mani Pulite. Un terremoto che ha spazzato via un mondo intero, lasciando dietro di sé vuoto e miseria. Ah certo, era un mondo sporco e marcio quello in cui vivevamo, che meritava una ripulita profonda … ma insieme all’acqua sporca abbiamo buttato anche il bambino, come si dice, e non è rimasto niente o quasi. E quindi addio Orlandini, addio “amici” politici. Spariti come la nebbia al sole, dileguati. E io, con la mia azienda, mi sono ritrovato solo, senza timone in mezzo all’oceano. Niente agganci, niente santi in paradiso. Per grazia di Dio non ho avuto problemi con la giustizia perché le “buste” erano sempre state in qualche modo giustificate con delle vendite di prodotti o servizi, più o meno reali, e quindi anche se per un soffio non c’è stata corruzione, tecnicamente parlando. Ma a parte questa consolazione, la festa era finita. E non bastava. Di lì a poco è arrivata la Cina. Un gigante industriale, inarrestabile e imbattibile, che produceva a un terzo del prezzo, con una capacità di produrre infinita, come uno tsunami. Boia de quel can! In pochissimo tempo ci hanno spazzato via, prendendosi quei pochi clienti stabili che ancora avevamo. Il mondo è cambiato nel tempo di un respiro, e nessuno ci aveva avvisato, nessuno ci aveva preparato. Sono stati anni duri, ostia, duri davvero. La priorità, e l’unica possibilità, era la sopravvivenza. Casse integrazioni a rotazione e quasi a zero ore, gente a casa per mesi, i debiti che crescevano come il Sile dopo la pioggia. Ho lottato come una bestia ferita, con tutto quello che avevo e anche con quello che non avevo. Ho visto i miei capannoni svuotarsi, in un silenzio che diventava sempre più pesante, e le macchine che avevo comprato con tanti sacrifici coprirsi di polvere grigia, spente e inutili. E gli operai, quelli che erano cresciuti con me, in certi casi addirittura figli dei miei primissimi dipendenti, con la paura e la disperazione negli occhi. Era come vedere soffrire i tuoi figli, e non sapere cosa fare per aiutarli. Una stretta allo stomaco continua, giorno e notte. Un tormento che mi consumava.
Abbiamo tirato avanti fino ai primi anni Duemila, quando sono arrivati quelli dall’America. Una multinazionale. Grande, efficiente, con un protocollo scritto per ogni cosa, probabilmente anche come andare al gabinetto, ma senza anima e senza un volto. E ci hanno comprato. Hanno comprato non solo la mia azienda, ma un pezzo della mia vita, della mia storia…decenni di sacrifici che scivolavano via dalle mie mani con una firma. E mi hanno tenuto lì per qualche anno, come direttore esecutivo, una specie di monumento storico. Dirigente. Agostino D., che aveva dormito sul pavimento del capannone per finire gli ordini più urgenti, Dirigente. Un numero seriale in un organigramma. Ma almeno l’azienda era salva, zoppa e malridotta, ma salva.
Ci sono state anche umiliazioni, amare e mai digerite. Quando hanno chiuso l’affare, ad esempio, ho chiesto, più gentilmente possibile, che assumessero mio figlio più giovane, Roberto. Un ingegnere brillante, con una laurea in tasca, la testa sulle spalle e il mio sangue nelle vene. Ma gli Americani? Con le loro facce inespressive, e gli occhi freddi, mi hanno risposto “Signor D., non prendiamo in considerazione raccomandazioni. Valuteremo i CV.” E poi niente, morta li’. Mio figlio non andava bene per loro. È stata una pugnalata alle spalle, un dolore quasi peggiore dei fallimenti e dei debiti.
E poi, qualche anno dopo, se n’è andata anche Elisabetta. Gli ultimi anni erano stati un botta anche per lei, mica solo per me, e mentre lei tirava avanti come un treno senza mai fare un fiato il suo corpo si è arreso – un cancro, che le ha lasciato solo quattro mesi prima di portarsela via.
Per qualche anno ancora ho tenuto duro e sono andato avanti, più per inerzia e per bisogno di sentirmi occupato. Poi, quando ho capito che il mio tempo lì era finito, mi sono ritirato e finalmente sono andato in pensione. E guarda te l’ironia della vita … proprio un anno dopo è arrivata la recessione, quella cattiva del 2008, 2009. È stata l’ultima spallata, quella definitiva. La mia azienda, comprata dagli americani, ormai anche con un nome diverso, è stata fatta a pezzi e venduta al chilo, come carne sul banco di un macellaio. Quello è stato davveor il dolore più grande, boia can, dopo aver perso la mia Elisabetta. Il lavoro di una vita che finisce, evapora.
E adesso? Adesso sono qui, a novant’anni. Ho sei nipoti che mi fanno un baccano tremendo ma per cui ringrazio Dio, perché mi riempiono la casa e la vita. Poi ho il mio orto. In questa terra che ho comprato, qui in collina, tra i profumi di basilico e pomodori, ho ritrovato un po’di quella soddisfazione che trovavo in fabbrica. E poi ogni tanto, sì, ogni tanto qualcuno viene a bussare alla mia porta. “Agostino, me se gà rotto el tajaerba…” “Agostino, la bicicletta di mia moglie non va più…”. E io prendo i miei attrezzi e parto, le mie mani sono ancora veloci e precise almeno per queste cose. E quando il tagliaerba, o la bici, tornano a funzionare, beh… È questo che cerco. È sempre stato questo, fin da quando ero un ragazzino. Altro che soldi, bustarelle, multinazionali che comprano e vendono. È il sentirsi utile. Il sapere di valere qualcosa. La testa, quella nessuno te la può comprare o portare via. Questa, forse, in tutta la mia storia, è l’unica cosa che conta davvero.
Il primo capitolo è stato pubblicato il 15/07/2025
Il secondo capitolo è stato pubblicato il 17/07/2025


