Secondo capitolo della storia “Agostino il cuore nel lavoro” di Enrico De Zottis
Ho messo insieme due soldi, lavorando tutti i turni che potevo, giorno e notte e domeniche, ho preso quei pochi risparmi che avevo accumulato e ho convinto mia moglie Elisabetta a tentare, a buttarci – eh, la mia Elisabetta… Lei sì che era il vero motore della casa, una roccia indistruttibile. Mai una parola di troppo, né in famiglia né fuori, ma sguardi che valevano più di ogni discorso, e una fiducia in me che a volte mi sconvolgeva. Lei non era solo la moglie, era la mia responsabile marketing, e tutto fatto in casa! Aveva le sue amiche, le altre mogli del quartiere, e diceva loro: “Guarda, Agostino ha aperto una ditta, fa motori elettrici, chiedi al tuo marito, non si sa mai che gli serva qualcosa!” E quelle parlavano, parlavano, le loro chiacchiere si spandevano lungo le vie del quartiere e poi oltre, nel resto della città. Il passaparola, quello vero, che valeva più di mille manifesti colorati, era il carburante che stava facendo esplodere l’economia delle piccole imprese come la mia. Così sono arrivati i primi clienti. Piccoli, certo, il falegname con la camicia coperta di trucioli che voleva un motore nuovo per la sega o per il tornio, il pasticcere che voleva un’impastatrice più potente e veloce, il fabbricante di bottoni che voleva un nastro trasportatore più stabile. Erano clienti veri, pero’, che venivano perché si fidavano e perché Elisabetta aveva fatto lavoro di “public relation” straordinario. La vedo ancora, la prima insegna comprata per la mia impresa: Agostino D. Assemblaggio Motori Elettrici. Piccoli, grandi, per ogni cosa, dalla pompa dell’acqua per i campi alla pressa dell’impianto di un’acciaieria. Sembrava che tutti avessero bisogno di un motore che facesse girare gli affari. E noi dicevamo sempre si’, non pensavamo mai a problemi di calendario o consegna: tira su, no sta preoccuparte! Si lavorava sodo, le mani sempre unte e il sudore sempre in fronte, ma l’aria era elettrica, si sentiva che si andava avanti.
Gli anni Sessanta, i Settanta… Madonna che tempi! Si lavorava come matti, a tutte le ore, tutti i giorni, ma si macinava per dei risultati concreti. Si vedeva il frutto della fatica, e i capannoni sorgevano da un giorno all’altro: tira su, no sta preoccuparte! Ogni giorno una fabbrica nuova, un’officina che spuntava dal niente, e tanti venivano da noi per chiedere i nostri motori da installare nelle linee di produzione. Sembrava non ci fosse limite alla crescita. Le regole? Quelle erano… flessibili, diciamo cosi’. C’era da tirare su un paese, chi aveva tempo da perdere con le regole? La sicurezza sul lavoro? Ma va là, metti un casco e dei guanti e tira su, no sta preoccuparte! Ci si arrangiava, si badava al risultato. L’ambiente? Ma tanto poi arriva il vento che pulisce l’aria, si disperde tutto, no? No sta farte sti problemi!.. Si pensava a produrre, a far girare l’economia, a dare lavoro. E le tasse… beh, quelle si pagavano a modo nostro. “Creatività”, la chiamavano certi giornalisti bravi a fare i simpatici. Ma ognuno faceva il suo, l’importante era far andare la macchina, uscire dalla miseria, riempire la tavola. E noi veneti, gente dura ostinata, che per ottenere quello che vuole lavora in silenzio fino ad avere il sangue alle mani, non stavamo certo a fare i professori o i filosofi. Bisognava produrre, e basta. Andare avanti.
E poi, a fine anni ’70, eravamo abbastanza grandi da cominciare a guardare fuori, oltre l’Italia. Sono arrivati i primi clienti stranieri. Tedeschi, sempre precisi, Francesi, sempre eleganti ma un fià manco precisi, Inglesi sempre gentili ma che non sapevi mai se fidarti. Boia can, che casino a volte! Noi che rasentavamo a malapena l’italiano, e loro con le loro lingue sconosciute, fatte di suoni strani che era tanto se capivi una parola. C’era anche da ridere, ogni tanto. Comunicavamo a gesti, disegnavamo i pezzi su fogli di carta straccia, facevamo rumori con la bocca per spiegare come doveva suonare il motore. Ogni tanto succedevano delle scenette comiche, vi giuro. Una volta un inglese voleva un motore “strong”, forte, e continuava a fare il muscolo con il braccio e a urlare con una voce roca. Noi, che non avevamo idea, abbiamo pensato: cio’, “strong” sarà a stessa roba che “long”, lungo. E gli abbiamo proposto un motore con albero di due metri e mezzo che sembrava un cannone! Ci siamo fatti delle risate che ancora adesso mi ricordo, £axa star… Ma nonostante le difficoltà linguistiche e culturali, nonostante le incomprensioni, si faceva affari. Si trovava il modo di capirsi, perché tutti volevano solo vendere o comprare. Era un mondo più semplice, sotto certi aspetti. Più diretto.
Il vero salto, però, quello verso la serie A dell’industria, è arrivato negli Ottanta. Le commesse industriali grosse, quelle che valevano. Non più solo le aziende piccole o medio-piccole, ma i grandi gruppi, le multinazionali italiane – e soprattutto lo Stato, e i Ministeri. È lì che è arrivato lui, l’onorevole Orlandini. Una vera volpe, quello lì. Parlava bene, sorrideva, anche troppo, ti dava pacche sulla spalla che ti facevano sentire come se lui fosse il migliore amico di sempre. Amico, sì, almeno finché gli conveniva. “Agostino, caro,” mi diceva con quella sua voce scivolosa, che quasi sentivi l’odore dei palazzi del potere, “ti do una mano io, ti presento questo tizio, ti porto a un ricevimento di quest’altro, ti apro quella porta…”. E io, cosa volete, mi ci sono tuffato. Bustarelle? Certo che sì. All’inizio piccole, come dei piccoli omaggi, poi sempre più grandi, sempre più sostanziose, e il peso dei pacchetti che aumentava in mano. Un necessario prezzo da pagare, mi dicevo. Sapevo che non era proprio pulito, che non era proprio giusto. Lo sapevo, ostia, non avro’ fatto le scuole alte ma non sono nato ieri. Ma vedevo le facce dei miei dipendenti ogni mattina, i loro sguardi fiduciosi, e vedevo in quegli sguardi le loro famiglie che dipendevano da me, con i mutui e le tasse scolastiche da pagare e le tavole da riempire. Centinaia di stipendi ogni mese, centinaia di bocche da sfamare. Ero il loro salvagente nel mare, la loro sicurezza. E per quello, per far vivere la mia creatura e per far vivere loro, beh… ero disposto a sporcarmi un po’le mani. Un compromesso? Forse. Ma allora tutti lo facevano, era la prassi, l’unico modo per sfruttare il labirinto della politica e del potere per giocare ai livelli professionali, dove potevi fare il colpo grosso. Devo essere onesto pero’…era anche per l’ambizione personale, per la voglia di vedere la mia azienda, la mia creatura, volare sempre più in alto, sempre più lontano dalle macerie bruciate in cui ero cresciuto. Avevamo commesse che arrivavano da ovunque, il nome Agostino D. era conosciuto in tutta Italia. Sembrava non dovesse finire mai.
Il terzo ed ultimo capitolo di “Agostino il cuore nel lavoro” verrà pubblicato sabato 19/07/2025
Il primo capitolo di “Agostino il cuore nel lavoro” è stato pubblicato martedì 15/07/2025


