Termina oggi con il terzo capitolo la storia “Sara voce ribelle e contraria” di Enrico De Zottis
E la strada si trasformò in un turbine. Concerti, tour, interviste. Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Cagliari… Una giostra senza sosta, sempre più veloce, sempre più vertiginosa. I riflettori sempre addosso. Ma quella luce, a poco a poco, iniziò a soffocarmi. Mi sentivo svuotata, privata di qualcosa di fondamentale.
Sentivo di perdere il contatto con il motivo per cui avevo iniziato a suonare. Era diventato un circo, un’arena di specchi e illusioni. Un luogo dove la vera me stava poco a poco affogando. La nostra partecipazione all’Heineken Jammin Festival del 1999 fu l’apice della nostra carriera, una celebrazione vertiginosa e potente della nostra musica davanti ad oltre centomila persone… Eppure sentivo che qualcosa dentro di me non funzionava più, e anzi si stava spezzando. E cosi’, come capita spesso nei momenti di crisi profonda, feci un errore imperdonabile. Fu durante una festa post concerto, a Padova, proprio nel nostro Veneto. Un “amico”, o presunto tale, mi propose di provare una cosa nuova. L’eroina. Perché no, una sola volta, mi dissi. Solo per capire. E invece… mi si aprì una nuova dimensione. Una dimensione oscura, avvolgente e seducente, che prometteva pace ma rubava tutto il resto. Una dimensione che mi ha posseduto l’anima e il corpo, un pezzo alla volta. Valentina lo percepì. Non ne parlavamo, mai direttamente. Ma i suoi occhi erano pieni di dolore, di un’impotenza disperata. Vedevo il suo sguardo carico di un’angoscia che non riuscivo, o non volevo, affrontare. E io non le davo la possibilità di aiutarmi. Non volevo aiuto. Ero sprofondata in basso, troppo in basso, mi sentivo al di là di qualsiasi possibile aiuto o redenzione.
Verso la fine del 2000 la casa discografica premeva per un secondo disco. La nostra consacrazione definitiva come gruppo di punta della scena alternativa italiana, per provare che non eravamo una semplice meteora. Ma io ormai ero un fantasma. L’eroina mi aveva consumata. Ero pelle e ossa, un’ombra di me stessa. Non riuscivo nemmeno più a suonare bene, figuriamoci a comporre nuove canzoni. Non riuscivo quasi più a tornare a casa, a vedere mio padre. Non volevo farmi vedere in quello stato. Stanca. Consumata. E lui non lo meritava. La casa discografica, esasperata, ci scaricò senza mezzi termini. Era la fine. Giacomo lo accettò come un segno del destino. Abbandonò la musica e andò a lavorare nell’officina meccanica di suo padre. Un ritorno alle origini, e ad una routine tranquilla che forse era quello che aveva sempre voluto.
E Valentina. La mia Valentina. Prese la decisione più difficile, per lei, e la più giusta per me. Telefono’ a mio padre. Gli raccontò tutto di me e di quello che stavo passando, senza omettere nulla. Un atto di amore e disperazione.
Mio padre senza perdere tempo prese il treno e venne a Milano. Mi trovò in hotel, un relitto. Un contenitore vuoto e ammuffito, un guscio senza più anima. Non ebbi il coraggio di guardarlo negli occhi. La vergogna, certo. Ma anche gli effetti dell’eroina, che ormai mi controllava come fossi una marionetta. Lui, la mia roccia incrollabile, prese in mano la situazione. Mi riportò a casa, a Biancade, quasi trascinandomi di peso. E mi trovo’ una comunità specializzata in tossicodipendenze, nascosta su nelle prealpi, in cui ripulirmi e tornare ad essere Sara, la sua Sara. Ci restai diciotto mesi. Diciotto mesi per disintossicarmi. Non solo dalla droga, ma da tutto quel veleno che il mondo della musica mi aveva iniettato nel corpo e nella mente. L’ansia da prestazione, l’ambizione cieca, l’invidia corrosiva, l’insoddisfazione cronica. Tutte quelle tossine che mi avevano lentamente avvelenata, e di cui l’eroina era stata il coronamento finale. Ogni singola settimana, mio padre era lì. Un amore inossidabile, una presenza costante. E a volte, veniva anche Valentina, che dopo la fine degli Ansiogena si era iscritta all’università, per studiare veterinaria. Quei mesi furono un processo terribilmente lento e doloroso, ma necessario, di ricostruzione. Ogni giorno un piccolo passo, un pezzetto dopo l’altro per rimettere insieme Sara.
Durante quel periodo mi domandai, per la prima volta nella mia vita, se quella rabbia che mi aveva spinto così lontano, non fosse in realtà una trappola autodistruttiva, che alla fine mi aveva imprigionata.
Finalmente ritornai ad essere pulita, corpo e anima, e ad essere di nuovo me stessa. Era l’inizio del 2002. Il mondo era irriconoscibile, cambiato per sempre. Internet stava devastando il mercato discografico, lasciando poco più che briciole ai nuovi gruppi emergenti. La televisione commerciale e i postumi del G8 di Genova, poi, sembravano aver cancellato ogni traccia di spirito ribelle dalla società. Il punk? Morto, o comunque in coma profondo. La voglia di ribellarsi? Un ricordo sbiadito, un’eco debole in lontananza. Ma io, io ero ancora viva. E dovevo ricostruire. Dovevo trovare un nuovo significato alla mia esistenza.
Ancora e sempre, mio padre. La sua mano tesa ad aiutarmi, sempre lì, forte e sicura. Mi trovò un lavoro in un centro che riparava strumenti musicali e amplificatori. Ero così felice, così grata e insieme così mortificata, che non riuscii a dire nulla. Le parole mi morivano in gola, sopraffatte da un’ondata di emozioni. Così, a 27 anni, la mia vita ricominciò. Ritornai a sporcarmi le mani, ma questa volta con una nuova serenità nel cuore. A volte, per strada, o in un negozio, qualcuno mi riconosceva. “Ma tu sei Sara degli Ansiogena!” Un fantasma di un’era passata che tornava a farmi visita. Un brivido che mi ricordava chi ero stata, e chi in fondo non volevo più essere.
Negli anni successivi, ho trovato un nuovo scopo, una nuova direzione. Ho unito le forze con altri musicisti, e insieme abbiamo fondato una scuola di musica a Treviso. Fortunatamente ha decollato e ha avuto successo. Vedere gli occhi dei ragazzi che facevano i primi passi nella scoperta della musica era come rivedere me stessa, ma con una luce nuova. Ho anche iniziato a sperimentare con la musicoterapia. Per le persone, e, grazie alla collaborazione con Valentina, per gli animali. La mia migliore amica, la veterinaria, e io, la musicoterapeuta. Le nostre anime ribelli, ora impegnate a curare.
È lavorando alla scuola che ho conosciuto Roberto, ingegnere elettronico e tastierista: una cara persona con cui parlare e confidarmi all’inizio, poi man mano una presenza sempre più intima e importante nella mia vita. Innegabilmente il primo tra tutti gli uomini della mia vita (non che siano stati cosi’tanti, in verità) ad essere riuscito a capirmi davvero – dopo mio padre, si intende. Nel 2008 siamo andati a vivere insieme, siamo entrati in appartamento il giorno del mio trentatreesimo compleanno. Poi, nel 2010, la follia più straordinaria e più grande della mia vita. Giulia, la nostra bambina. La mia creazione più bella. E anche il miglior regalo che potessi mai fare a mio padre, che da quando è diventato nonno è ringiovanito, e spesso lo sento ridere come non ricordavo di averlo mai sentito prima. La mia rabbia? Certo che c’è ancora. Non mi lascerà mai. È parte di me, come una cicatrice. Ma ho capito una cosa fondamentale. Il mondo non lo migliori distruggendo. Lo migliori creando. E questa, per me, è la vera rivoluzione.
Il primo capitolo è stato pubblicato il 08/07/2025
Il secondo capitolo è stato pubblicato il 10/07/2025



Ho letto il primo ed il terzo e ne sono “uscito bene” Devo riconoscere che la sua è una scrittura di notevole peso e qualità
Vivi complimenti intanto
Leggero il secondo e ci risentiremo.
Il 12.07.2025