Sara voce ribelle e contraria [§ 1]

*

Da oggi “Ildiarioonline” propone “Sara voce ribelle e contraria“, una storia di Enrico De Zottis, suddivisa in tre puntate nell’arco della settimana, con personaggi veneti immaginari.


Io sono Sara. E voi, bastardi – sì, esatto, proprio voi – potete andarvene a fan…Ahahah, madonna, che facce! Cos’è, nell’era di Instagram è diventato vietato provocare e prendere in giro? Ma va là che sto scherzando, tranquilli. Però, in effetti, negli anni ’90 era così che mi presentavo sul palco, prima di suonare con il mio gruppo. Lo intendevo sinceramente? Ogni singola parola. Ne sono pentita? Nemmeno per un istante.

Era un altro mondo, certo. Un’altra epoca, avvolta nell’odore di nicotina e zaini di plastica, nell’atmosfera di creatività libera e comunicazione concreta. E un’altra Sara. Una Sara che vista oggi sembra quasi un personaggio di un vecchio romanzo cyberpunk. Ma per comprendere l’essenza di quella Sara, quel bandolo di rabbia in jeans strappati e maglietta dei Ramones, è necessario andare ancora più indietro nel tempo. Per la precisione a una giornata d’inverno del 1976 – mia madre, che lavorava le mattine come segretaria in uno Studio Legale a Monastier, stava tornando a casa in bicicletta, una Gitan verde che le piaceva tanto. Purtroppo la sua Gitan non reagiva bene al freddo, e lo sterzo e i freni diventavano molto più rigidi alle basse temperature. Tanto basto’. Un lampo dei fanali dell’autobus, un urto sordo. E per mia madre la storia fini’. Definitivamente. Per me, che avevo appena compiuto un anno, si creo’ cosi’ un enorme e devastante buco nero al centro della mia piccola esistenza. Ma non per mio padre, e non per mia nonna, i quali, seppur devastati dal dolore (ora, da adulta, lo so), con una dedizione e una forza d’animo indescribili si presero cura di quello scricciolo che ero io. Già allora mostravo la mia rabbia e il mio carattere, un vulcano in miniatura, sempre sul punto di esplodere. Mio padre lo diceva spesso, con quella sua voce bassa e calma, ma piena di una comprensione e di un amore che allora ancora non capivo del tutto: “Sei arrabbiata con il mondo, Saretta”. E aveva proprio ragione. Ogni ingiustizia, ogni violenza, ogni piccola amarezza della vita mi si attaccava addosso e mi cresceva dentro. Come un secondo scheletro fatto di elettricità. E non sapevo come esprimerla, come darle forma. Non avevo una mia voce. Vivevo costantemente con un grido strozzato in gola.

Poi, a soli undici anni, la svolta. Scoprii la musica. E in particolare, il punk. Fu una folgorazione, un’epifania. Non semplice rumore, non semplice caos primordiale – no, quella era pura espressione emotiva, profonda e inarrestabile. Era una rivelazione, allo stesso tempo un pugno nello stomaco e un’apertura del cuore. La rabbia poteva trovare una voce e urlare. La rabbia poteva essere potente, e giustificata, non doveva più rimanere nascosta a corrodermi il fegato. Non doveva più marcire nel silenzio e nell’ombra. Da quel momento, il mio destino era deciso. Suonare. La batteria? Troppo ingombrante, e anche troppo costosa. La chitarra? Troppo banale, la suonavano tutti, per diventare rock star con i capelli cotonati. Il basso, allora. Sì, il basso. Vibrava nelle viscere, risuonava con il mio spirito. Profondo, minimale e potente. Una vibrazione che sentivo fino al midollo, che mi faceva sentire la vita.

Alle scuole medie, ero come un’aliena. Un’estranea in un mondo di cerchielli colorati e sogni patinati. Le mie compagne si facevano carine, già con la permanente a 13 anni, si perdevano tra le note pulite e sdolcinate dei Duran Duran e degli Spandau Ballet. Io andavo in giro come una criminale, jeans strappati che parevano aver fatto la guerra, le ginocchia che sbucavano fiere, magliette con teschi e loghi sbiaditi di band semi sconosciute, rappresentazioni di un’altra cultura, di un altro modo di vedere il mondo. Ero impermeabile alle loro chiacchiere, per me erano insignificanti come loro, rumore di fondo in un mondo di cui volevo essere nemica. La mia mente era altrove, assorta in riff furiosi e distorsioni estreme, che ascoltavo ipnotizzata nei negozi di dischi, un universo sonoro dove la verità rifiutava qualsiasi filtro. Detestavo con ogni cellula del mio corpo magro quella realtà provinciale in cui ero costretta a vivere, nella quale sembrava che motori, soldi e alcol fossero le uniche cose vagamente interessanti nella vita. Poi, a quattordici anni, la rivelazione definitiva. I miei cugini, siano benedetti, mi aprirono una porta su un nuovo universo. Mi portarono a Padova a vedere un concerto dei CCCP. Un delirio di energia pura. Quegli emiliani pazzi, incredibili, stupendi. Erano italiani! Non eravamo condannati ad assorbire sempre e solo la ribellione Anglo-Americana di importazione. Anche noi potevamo farci sentire in quel panorama bellissimo e contrario a qualsiasi tendenza standardizzata. Anche noi eravamo parte di qualcosa di grandioso, di autentico.

In tutte queste rivelazioni e scoperte, mio padre era l’unica vera roccia, la sola costante nella mia vita di auto proclamata antagonista. Lui era il mio faro in un caos che spesso ero io stessa a generare. Non mi sono mai ribellata a lui, mai davvero. Sapevo che il suo desiderio più profondo era il mio bene. E quando mi consiglio’ di iscrivermi a un istituto tecnico industriale – io, che per divertimento fin da bambina smontavo e rimontavo le biciclette e ora pure quel basso che lui stesso mi aveva regalato per Natale – seguii il suo consiglio senza pensarci due volte. Anzi, mi sembrò una cosa naturale, una prosecuzione del mio desiderio ostinato di capire come funzionano le cose e andare oltre le apparenze. Eravamo tre ragazze in tutto l’istituto, e le altre due hanno lasciato dopo il primo anno. Ero una mosca bianca, lo sapevo. Una nota dissonante in un concerto di trapani e saldature. Ma mi feci rispettare, con le parole e con i fatti, con la mia testardaggine e la mia – devo ammetterlo – abilità con gli attrezzi nonostante fossi una tosa. E trovai amici veri, quelli che ti comprendono profondamente, quelli che percepiscono la tua vibrazione anche senza che tu debba spiegarti. La mia vera priorità, tuttavia, il mio unico vero amore, era la musica. Pomeriggi interi passati con le cuffie in testa e il basso tra le mani, ad assorbire ogni nota dei miei gruppi preferiti, a cercare di capire come far venir fuori quei suoni grezzi, puri, furiosamente primordiali, a scarabocchiare testi che erano ancora solo abbozzi di rabbia inespressa ma che sarebbero poi diventati le mie prime vere canzoni. Poi, le prime prove in garage, le prime jam session con altri adolescenti aspiranti musicisti. Capii che per fare sul serio, per dare voce a ciò che mi ribolliva dentro, non potevo semplicemente aggregarmi ad altri gruppi ma dovevo formarne uno mio. Il mio micro esercito, con cui finalmente fare la guerra sonora che progettavo.


Il secondo capitolo di “Sara voce ribelle e contraria” verrà pubblicato giovedì 10/07/2025

Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here