Termina oggi con il quinto capitolo la storia “Ofelia, compagna di lotta” di Enrico De Zottis
Sono uscita con la condizionale nel ’91, un mese dopo il mio quarantesimo compleanno. Sedici anni. Sedici anni erano passati tra quelle mura. Il mondo era cambiato, io ero cambiata, ma la paura era sempre lì con me. Non sapevo cosa avrei trovato fuori. Non sapevo dove andare, cosa fare. La mia vecchia vita non esisteva più, quella da militante nemmeno. Ero una sconosciuta a me stessa. E allora feci l’unica cosa che mi sembrava possibile: tornai a casa, dai miei genitori, a Spresiano. Non sapevo se sarei stata accolta o rifiutata, se avrei trovato una porta aperta. La paura di rivedere mio padre, di affrontare il suo silenzio, era quasi più grande di quella della prigione.
Suonai il campanello. Mia madre aprì, e per un istante, per un brevissimo istante, mi guardò come se fossi un fantasma. Poi mi abbracciò. Un abbraccio così forte, così disperato, che sciolse in un attimo anni di lacrime represse. E poi arrivò lui, mio padre. Era invecchiato, la schiena ancora più curva, gli occhi più spenti. Mi guardò, e vidi chiaramente il muro di ghiaccio che mi aveva separato da lui. Poi, lentamente, la sua espressione dura si ammorbidì. Non disse una parola, ma mi tese una mano. E in quel gesto, in quel silenzioso “bentornata”, tutto il ghiaccio che si era creato tra noi svanì. Lui aveva ritrovato sua figlia, e io avevo ritrovato mio padre. È stato un piccolo miracolo, un dono inaspettato dopo anni di buio.
Abitai con loro per un anno. Un anno di silenzio, a volte. Di sguardi, di piccoli gesti, di lavori di casa fatti insieme. Parlavamo poco del passato, del perché. Era come se quel tempo, quegli anni, fossero stati messi da parte, in un angolo. Erano gli anni di Mani Pulite, l’Italia stava cercando una nuova identità, ma per me era il tempo della ricostruzione interiore. Cercavo di rimettere insieme i pezzi della mia vita, di capire chi ero diventata. Imparavo a godere delle piccole cose, del giardino, delle passeggiate, del semplice fatto di essere lì, con loro.
E poi, un giorno, all’improvviso, mio padre non c’era più. Un infarto, fulminante. Se ne ando’ così, senza un lamento. Un dolore lacerante, un pugno allo stomaco che mi tolse il respiro. Era come perdere un pezzo di me, e di cio’che ero stata. Ma, nonostante il dolore, ricordo ancora quell’ultimo anno con lui come il più bello della mia vita. Un anno di grazia, di riscoperta, di un amore che pensavo di aver perso per sempre.
Dopo la morte di mio padre, è rimasta mia madre, e la casa semi vuota. Continuai a vivere lì per un po’, ma sentivo il bisogno di trovare la mia strada, un nuovo posto nel mondo. Ho messo a frutto quello che avevo imparato in carcere, lavorando per anni nell’orto del penitenziario. Ho trovato un impiego in una cooperativa agricola. Lavorare la terra, sentire la concretezza delle mani che con cura creano, mi ha dato un senso di pace che non provavo da anni. È un lavoro onesto, faticoso, ma mi tiene lucida, lontano dai fantasmi del passato e dalla retorica che mi aveva avvelenato.
Ogni tanto, ricevo inviti a partecipare a conferenze, a incontri sul periodo degli Anni di Piombo. Accetto, ma raramente. Non voglio essere troppo sotto i riflettori, non voglio essere un simbolo, né un trofeo per nessuno. Parlo della mia esperienza, ma cerco di farlo con onestà, con la consapevolezza degli errori, del dolore che abbiamo causato e subito. Non ho risposte definitive, solo la storia di una vita che ha cercato la giustizia e ha trovato la violenza, e poi la pace nella semplicità.
L’anno scorso, per la prima volta in tutti questi decenni, ho preso coraggio. Sono andata a Padova, a trovare la tomba di Giulia. Il cimitero era silenzioso, il vento soffiava piano tra le lapidi. Ho cercato il suo nome, l’ho trovato. Una piccola lapide, con una data di nascita e una di morte dolorosamente vicine. Ho poggiato la mano sul marmo freddo. E in quel momento, sentendo il silenzio e la terra sotto di me, ho sentito nel profondo di aver portato a compimento quel ciclo aperto tanti decenni prima, quel giorno maledetto in piazza. Non c’è stata vendetta, non c’è stata rivoluzione come la sognavamo. C’è stata solo la vita che, con le sue curve e le sue ferite, mi ha riportato lì, davanti a lei. E ho capito che, forse, la vera giustizia non è nell’abbattere, ma nel ricostruire. Nel vivere, con il peso del passato, ma anche con la speranza in un futuro diverso. E nel ricordare chi siamo stati, per non dimenticare chi possiamo ancora essere.
Il primo capitolo è stato pubblicato il 23/06/2025: https://www.ildiarioonline.it/2025/06/23/gotico-trevigiano-ofelia-compagna-di-lotta-1/
Il secondo capitolo è stato pubblicato il 24/06/2025: https://www.ildiarioonline.it/2025/06/24/gotico-trevigiano-ofelia-compagna-di-lotta-2/
Il terzo capitolo è stato pubblicato il 25/06/2025: https://www.ildiarioonline.it/2025/06/25/gotico-trevigiano-ofelia-compagna-di-lotta-3/
Il quarto capitolo è stato pubblicato il 26/06/2025: https://www.ildiarioonline.it/2025/06/26/gotico-trevigiano-ofelia-compagna-di-lotta-4/



Bello!