L’IRRESISTIBILE (o quasi) AFFERMAZIONE DELLA BICICLETTA

La bicicletta sta oggi vivendo un momento di grande diffusione. Ma al suo apparire dovette affrontare la fiera resistenza proveniente da più parti a causa degli effetti della sua carica rivoluzionaria sui costumi della rigida struttura sociale del tempo.


Nella sua forma attuale la bicicletta va fatta risalire agli anni Sessanta dell’Ottocento ma la svolta decisiva avvenne negli anni Ottanta con l’invenzione della cosiddetta “bicicletta di sicurezza” che si distingueva da quelle precedenti per l’introduzione della trasmissione a catena. Questo accorgimento consentiva di applicare la forza ai pedali in modo più efficiente senza la necessità di una grande ruota anteriore e con l’introduzione di due ruote simmetriche la maneggevolezza della bicicletta aumentò sensibilmente e con essa la sua diffusione. Nel 1888, poi, John Boyd Dunlop inventò il pneumatico per bicicletta che consentiva di procedere con relativa facilità lungo le strade dell’epoca quasi totalmente sterrate, comprese quelle urbane.

Da questo momento l’affermazione della bicicletta fu inarrestabile.

In Italia, alla fine dell’Ottocento, soprattutto nelle grandi città del centro nord, circolavano già diverse decine di migliaia di biciclette che passarono ben presto da mezzo di svago per benestanti a meraviglioso strumento per una libertà di movimento individuale finora sconosciuta. La bicicletta infatti rivoluzionò il concetto di distanza, soddisfacendo il bisogno di mobilità di classi sociali per le quali spostarsi con qualcosa che non fossero i piedi era sempre rimasto un sogno irraggiungibile.

“La bicicletta dimostrò che si potevano percorrere lunghe distanze in tempi brevi con mezzi che non dipendessero da infrastrutture complesse come le ferrovie. Se il treno aveva dimostrato che ci si poteva spostare in modo più rapido di quanto si fosse mai immaginato, la bicicletta dimostrò che ci si poteva muovere anche in modo più libero di quanto si fosse mai creduto” (1)

Così in pochi anni nel nostro paese si sviluppò un fiorente artigianato che se inizialmente si limitava ad assemblare i componenti provenienti da Francia, Germania e Inghilterra, ben presto introdusse miglioramenti tecnici tanto che si giunse alla nascita di marchi italiani di successo come Bianchi, Frera, Legnano, Atala o Ganna. Grande affluenza di pubblico registravano poi le corse dei velocipedi (il nome con cui vennero inizialmente chiamate le biciclette) che si tenevano in appositi velodromi dove la stampa seguiva con ardore nazionalistico le continue sfide tra corridori italiani e francesi, nostri tradizionali avversari. Nel 1909 si tenne il primo giro ciclistico d’Italia che riscosse un enorme successo.

Per la bicicletta un trionfo annunciato, dunque?

Non proprio, perché la definitiva affermazione delle due ruote ebbe dei formidabili oppositori, come spesso accade a tutte le novità che vengono a cambiare modi di pensare e di agire consolidati da secoli.

“Il velocipedismo è una vera anarchia nel mondo della locomozione materiale come l’anarchia è un vero velocipedismo nel mondo della vita sociale. Il velocipedista non è un pedone, non è un cocchiere di carrozza, non è un macchinista di ferrovia, non è un animale da tiro o da soma: è un che di ermafrodito, di indefinibile, di inclassificabile che sfugge ad ogni legge di moto, di trazione, di trasporto.” scriveva l’Osservatore Romano quando la bicicletta conquistò le strade delle principali città italiane.

In molti casi le autorità ecclesiastiche sancirono il divieto assoluto per i sacerdoti di utilizzare il nuovo mezzo. Il vescovo di Faenza, ad esempio, dichiarò la bicicletta “strumento di dissipazione capace di creare sconcerto e riprovazione fra i fedeli” minacciando di sospensione immediata qualunque sacerdote avesse osato farne uso. E la proposta fatta da qualche coraggioso parroco di poter utilizzare delle bici da donna, al fine di evitare di sollevare l’abito talare per salire in sella, magari per correre più velocemente al capezzale di qualche moribondo, venne fieramente respinta dal fronte compatto delle gerarchie ecclesiastiche.

Va detto comunque che l’ostracismo verso la bicicletta proveniva anche dal versante laico come i socialisti che imputavano al nuovo mezzo di trasporto di attuare una sorta di discriminazione sociale a causa del suo elevato costo d’acquisto, corrispondente a diversi mesi di salario di un proletario.

Nemmeno il fronte positivista risultò immune da critiche verso le due ruote.

Cesare Lombroso, ad esempio, pur riconoscendone l’indubbia utilità per la salute, definì la bicicletta come “il veicolo più rapido nella via della delinquenza perché la passione del pedale trascina al furto, alla truffa, alla grassazione! Nessuno dei nuovi congegni moderni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa che come strumento del crimine”.

E tra i ciclolofobici troviamo perfino grandi voci della letteratura come Giosuè Carducci che descrisse il ciclista come “un arrotino impazzito” o Matilde Serao che confessò: “Quando vedo questa macchina fuggente su cui sta accovacciato un uomo, non riesco a frenare un moto di paura e di disgusto”.

Non parliamo poi dell’accesso femminile al nuovo mezzo, inevitabilmente condizionato dalla morale sessuale del periodo. Molti medici di famiglia, ad esempio, sconsigliavano l’impiego della bici da parte di signore e signorine perché convinti che lo sfregamento delle parti intime sulla sella avrebbe potuto provocare in loro un’eccitazione sessuale tale da portare a comportamenti riprovevoli (!). Come poi avverrà anche per le prime automobili, contro le donne che inforcavano la bici il sarcasmo maschile fu pesante, sfoderando una serie di stereotipi volti a reprimere qualsiasi accenno di liberazione che potesse portare al turbamento dell’ordine patriarcale costituito.


(1) Cesare Alemanni – VELOCISSIMA – LUISS University Press – 2025

Renzo De Zottis
Renzo De Zottis ha svolto per molti anni l’insegnamento nella scuola secondaria di primo grado. Attualmente scrive di storia, storia dell’arte e storia dell’automobile. Dalla metà degli anni Ottanta è presente sulle maggiori testate nazionali di automobilismo storico con articoli e servizi fotografici Nel 2019 ha curato la redazione dei testi per la mostra Lo stile dell’auto italiana al Museo M9 di Mestre. Fa parte dell’Associazione Italiana per la Storia dell’Automobile. Da tempo svolge conferenze a tema per l’Università della Terza Età di Mogliano Veneto e per l’Alliance Française di Treviso. Collabora regolarmente con il DiarioOnline e con l’Eco di Mogliano. Nel 2024 ha pubblicato con Otello Bison e Michele Zanetti il libro Zero, Un piccolo grande fiume. Nel 2025 uscirà il libro Macchine nel tempo. Piccole Storie di grandi automobili che raccoglie gli articoli apparsi settimanalmente nel DiarioOnline.

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