Ofelia, compagna di lotta [§ 1]

[primo capitolo]

Da oggi “Ildiarioonline” propone alcune storie, suddivise in puntate giornaliere nell’arco della settimana, che consistono in monologhi di immaginari personaggi veneti.


Mi chiamo Ofelia. Questo è il nome che sento profondamente mio, che esprime chi sono veramente e il senso che ho dato alla mia vita. Ma se volete fare i bravi borghesi, ligi e puliti, e volete usare il nome che ho all’anagrafe allora mi chiamo Laura F., nata a Spresiano nel 1951. La data di nascita è un dettaglio burocratico, ma il mio nome vero, quello che mi sono scelta, è la mia dichiarazione. Ofelia.

Figlia di partigiani. Sono cresciuta in una provincia di Treviso che si stava lentamente leccando le ferite della guerra, una terra che respirava ancora la polvere, ma che ogni tanto si illuminava. La nostra era una vita povera, questo sì, non c’erano molti agi.

La cultura popolare era la nostra ricchezza. Le sagre di paese, con le fisarmoniche che suonavano fino a tardi, le frittelle calde e il vino rosso. Mia madre mi parlava delle notti tra i boschi, della fame e della paura, ma anche della solidarietà, della fiducia negli altri. Mio padre, lui, parlava meno. Ma le sue mani, quelle mani che avevano impugnato un fucile per la libertà, mi mostravano le cicatrici. Ogni segno sul suo corpo, era una pagina di storia. E nel mio cuore di bambina, sapevo che avrei fatto il possibile per non rendere quel sacrificio vano.

Poi, piano piano, cominciava a cambiare tutto. Arrivavano le prime televisioni, i primi elettrodomestici che non ci potevamo permettere. L’inizio del consumismo, lo chiamavano. Vedevo i manifesti patinati, le pubblicità che promettevano una vita facile, piena di oggetti lucidi. E in qualche modo sentivo che quella vita, non era per noi. Ci stavano vendendo un sogno, mentre la realtà era mio padre che ogni mattina, con la schiena curva, andava a lavorare in fabbrica. Le sue mani ormai rovinate, non più dal freddo delle montagne, ma dal grasso e dalla fatica di un tornio. E mia madre, le mani rosse dal detersivo, cercando di arrivare alla fine del mese. La retorica della liberazione si era spenta nelle difficoltà quotidiane. Vedere mio padre, l’eroe che aveva sognato la rivoluzione, schiacciato dalla stessa macchina che diceva di aver sconfitto… era una pugnalata. Una delusione che mi scavava dentro, giorno dopo giorno. Capii che quella “libertà” era solo un’illusione, un’altra gabbia, magari dorata per pochi, ma pur sempre una gabbia per chi come noi non aveva niente.

Mentre il mondo fuori urlava e cambiava, la mia famiglia teneva duro e resisteva. Loro volevano per me quello che a loro era stato negato: un futuro migliore. “Tu devi studiare, Laura. Tu non farai la fatica che abbiamo fatto noi.” Quante volte l’ho sentito. Mia madre si privava del superfluo, e a volte anche del necessario, per comprarmi i libri, per pagarmi i quaderni. Mio padre faceva i doppi turni, stringendo i denti, pur di mettere da parte ogni lira. Il loro sacrificio era un peso, sì, ma anche una spinta. Dovevo ripagarli, dovevo renderli fieri.

Così mi iscrissi al liceo classico. Era la metà degli anni ’60, l’Italia stava vivendo il boom economico, ma le disuguaglianze restavano forti. Nelle grandi città si iniziava a sentire il fermento di un’altra cultura, ma in provincia la vita era ancora scandita da ritmi più lenti. In quel mondo di polvere e idee antiche, ho trovato una sete che non sapevo di avere. I libri, le parole, i pensieri dei filosofi… erano una rivelazione. Marx, su tutti, che di certo non studiavamo a scuola ma che andavo a leggere da sola in biblioteca su suggerimento di alcuni amici. Le sue analisi sulla società, sulla lotta di classe, sulla necessità di un cambiamento radicale. Non erano più solo le cicatrici di mio padre o i racconti di mia madre, ma una struttura logica, una spiegazione lucida di quella ingiustizia che vedevo tutti i giorni. Il mondo non era storto per caso, era costruito per essere storto, per schiacciare i più deboli. E in quelle pagine, c’era la promessa di una via d’uscita.

Mi diplomai. E i miei genitori, con una felicità composta, si adoperarono per l’università. Una borsa di studio mi fu concessa dalla parrocchia, per tramite di Don Angelo. Don Angelo! L’uomo della chiesa che mi apriva la strada verso pensatori che predicavano la distruzione di ogni forma di potere. Ironico, no? Andai a Padova, iscritta a Lettere e Filosofia. L’obiettivo, per me e soprattutto i miei genitori, era chiaro: diventare insegnante, avere un “posto fisso”, una vita stabile. La vita che doveva cancellare tutta la loro fatica.


Il secondo capitolo di “Ofelia, compagna di lotta” verrà pubblicato domani martedì 24/06/2025

Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

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