Mio padre a Campocroce salì con i suoi amici su un albero per vedere meglio: Treviso bruciava dopo quel rombo terribile all’una di venerdì 7 aprile 1944. Il bombardamento durò solo sette minuti e fu il più devastante dell’alta Italia. 159 fortezze volanti statunitensi scaricarono 2.000 bombe sulla città. L’obiettivo era la stazione ma la distruzione si estese a tutto il centro storico, anche Piazza dei Signori e Piazza Borsa furono colpite. La città bruciò per altri quindici giorni.

In quel venerdì prima di Pasqua quasi tutti stavano pranzando e in quei pochi minuti molti non fecero in tempo a raggiungere i rifugi e a quelli che ci riuscirono fu riservata una sorte crudele. Più di un malandato rifugio infatti crollò e si incendio non lasciando scampo a chi aveva cercato riparo.

Il numero di vittime fu altissimo, solo Roma ne ebbe di più in un singolo bombardamento, molti corpi non furono nemmeno recuperati e fu sparsa la calce per evitare odori e putrefazione. Gli storici hanno comunque calcolato che perirono 1470 persone innocenti e un numero imprecisato di soldati tedeschi occupanti. Gli americani registrarono un morto e un aereo caduto.

I motivi per bombardare in questo modo? Bloccare la comunicazione ferroviaria e terrorizzare la popolazione e spingerla a ribellarsi contro le autorità fasciste. Tutte le altre motivazioni sono cadute di fronte ai documenti.

Nessuna confusione Tarvisio-Treviso, nessuna riunione di alti generali tedeschi, nessuna presenza segreta di Mussolini o di Kesselring. Solo bombe poco intelligenti esplose anche ad un chilometro di distanza dall’obiettivo, il Palazzo dei Trecento sta a ottocento metri dai binari della ferrovia. Tutto in mezzo stavano le persone, la paura e la morte.

L’episodio è stato anche ricordato da un altro moglianese, più famoso di mio papà, Giuseppe Berto, ne “Il cielo è rosso “, un romanzo che ci descrive una Treviso per noi incomprensibile, povera e tragica, così diversa dalla ricca cittadina di adesso.

Leggo un paio di libri sul 7 aprile ma non riesco a scrollarmi il pensiero dall’Ucraina. Sì, lo so non bisogna fare paralleli storici così distanti ma anche oggi sento parlare di bombe mirate ed intelligenti, di terrorismo verso la popolazione, di una sub vita nei rifugi. 

Poi leggo una cosa che mi fa sbandare. In quei sette minuti fatali morirono 123 bambine e bambini, adesso mentre scrivo sono già morti in Ucraina 158 piccoli. Sono passati 78 anni. Utilmente?

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Otello Bison scrive a tempo pieno dividendosi tra narrativa e divulgazione storica. Collabora al “ILDIARIOONLINE.IT” su temi ambientali e locali.