27 October, 2021
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L’ARMONIA DELLE NOSTRE CITTA’ È PERDUTA PER SEMPRE?

Dialogo senza filtri sull’architettura con l’arch. Giacomo Ricci

disegno di Giacomo Ricci

 

Ho dialogato a lungo con Giacomo Ricci (architetto, professore universitario, scrittore, artista poliedrico e soprattutto mio caro amico e collega da quasi mezzo secolo) sul tema dell’evoluzione che l’architettura ha avuto nel corso degli ultimi decenni e sul ruolo che gli architetti hanno avuto (e hanno) nel determinare la situazione ambientale molto critica nella quale ci troviamo oggi. La nostra discussione è partita da alcune foto che gli ho mostrato nelle quali è visibile la trasformazione architettonica in atto a Mogliano Veneto. Una discussione amichevole nella quale due architetti di un’altra epoca si sono scambiate alcune impressioni sulla realtà della città contemporanea.

M.Z. Giacomo (gli mostro le foto) perché, secondo te, sta accadendo questo, perché siamo arrivati ad uno sviluppo architettonico e urbanistico di questo tipo?

G.R. Con il tempo ( in tarda età ) ho cambiato mestiere, sono andato in pensione e mi sono dedicato molto al disegno ma come sai ho l’umiltà di imparare le cose da quelli che le sanno e dunque mi piace seguire tutorial in rete e il lavoro degli altri da cui c’è sempre da imparare…Ho trovato geniale quello di una ragazza inglese di origini libanesi  Joumana Medlej  che suggerisce, prima di qualsiasi approccio tecnico/scientifico al disegno, di fare un esercizio semplice per impararne i rudimenti: ti devi sedere al tavolino di un bar con taccuino e penna (bada bene, penna non matita perché così non hai ripensamenti) e riprodurre tutte le persone che hai intorno. Tu mi dirai…ma se uno non sa disegnare cosa fa? Non importa, fa quello che dice il cuore, perché tanto il disegno non è bello o brutto…Il disegno è. Non deve piacere al mondo, deve servire e piacere a te. Questo modo di disegnare all’impronta, di impulso, è quello che più ti apre e ti proietta verso le cose che ti piacciono…verso la vita.

M.Z. Scusa Giacomo, cosa c’entra questo con il discorso che vorremmo affrontare sull’architettura?

G.R. C’entra. Scusa se faccio un’altra citazione. Hai letto certamente Betty Edwards, Disegnare con la parte destra del cervello.

M.Z. Certo. Libro bellissimo! Ne ho fatto un uso costante a scuola per le mie lezioni di disegno!

G.R. La Edwards afferma tutti i bambini del mondo disegnano prima di scrivere e costruiscono, nella loro fantasia creativa, un repertorio di segni simbolici. Un cerchio è una testa, gli occhi due puntini, un archetto rivolto verso l’alto una bocca che sorride e così via. Poi, verso i sette-otto anni, avviene un episodio in qualche modo drammatico, sopraggiunge il bisogno di realtà e quel vecchio repertorio di simboli grafici viene superato. Qualcuno stupidamente critica quel modo di rappresentare e se non si è testardi (come noi) il bambino rischia di andare in crisi e di abbandonare il disegno per sempre. La Edwards sostiene ancora che la nostra fantasia creativa, sotto il profilo grafico, si blocca a quella fase infantile a meno che noi non studiamo in modo approfondito le tecniche di rappresentazione superando così la fase simbolica per quella più matura del disegno che riproduce (o tenta di farlo) in maniera realistica il mondo. In sintesi, voglio dire che se non hai studiato in maniera approfondita il disegno rappresenterai sempre una casa come farebbe un bambino: un triangolo o un trapezio per il tetto e un rettangolo per la base. Magari aggiungendo una finestra con due linee curve appena accennate che simulano le tende, una piantina sul davanzale e al lato un albero con un fusto rettangolare allungato e per chioma un ciuffo arruffato, in alto il sole che sorride con i suoi raggi e in un angolo una gallinella dalla forma vagamente ovale con quattro linee dritte come coda.  Insomma, in maniera più o meno accentuata, ognuno di noi porta dentro di sé l’immagine archetipica di una casa con un profilo grafico elementare. Un simbolo al quale, è importante sottolinearlo, si associa spesso un’idea di campagna o di ambiente rurale.  Tu pensi che qualcuno possa avere, dentro di sé, come archetipo di “casa”, l’immagine della Ville Savoye di Le Corbusier?

M.Z. Non credo proprio… In tanti anni di insegnamento non mi è mai capitato di chiedere ad un alunno di disegnare una casa e di vedere un risultato diverso dalla solita casetta di Snoopy…

G.R. Ecco, appunto. Mi perdoni il maestro dell’architettura moderna e tutti gli architetti che hanno fatto di lui un mito ma quella villa somiglia, nel nostro inconscio grafico, più a una scatola di scarpe che a una casa…Tutti noi abbiamo in testa un’immagine della casa che viene dalla nostra infanzia e dai nostri primi tentativi di disegno. Ma chiediamoci: questo simbolo grafico tradizionale si collega a qualcosa di più profondo? A una vera e propria dimensione antropologica? Nel nostro caso posso affermare con certezza che  sia tu che io abbiamo un “imprinting” positivo per la “città storica”, per il paesino, per le forme e i materiali classici, per gli sky line consolidati e pertanto ci piace moltissimo il panorama visivo urbano in cui ci siano gli alberi, i campanili e le case ex coloniche, contadine, monofamiliari, quelle dove abitavano tutti, dal nonno (che aveva una funzione importante) al nipotino ultimo nato…Lo stesso  “imprinting” di base  che emerge nel disegno spontaneo suggerito da  Joumana Medlej  nel quale tracci due tre linee essenziali, nella maniera più immediata possibile, per definire la figura che si muove davanti a te.

L’architettura tradizionale ci piace perché in essa c’è l’armonia, c’è consonanza tra l’idea di famiglia e quello che questa significa rispetto al sociale, rispetto al mondo, alla costruzione, alla forma e alla bellezza, c’è una compenetrazione di queste sfere culturali apparentemente diverse che invece stanno tutte insieme in simbiosi. A noi piace l’idea della casa in mattoni, dello stare in campagna, tutti insieme nella stessa abitazione per trarre sostentamento dai prodotti della terra e dal lavoro comune, retaggio di un’epoca in cui i nonni morivano in casa tra gli affetti familiari e non soli nelle RSA… svolgevano la loro funzione essenziale fino all’ultimo istante di vita. Capisci la bellezza di tutto questo? Quella architettura con le sue forme, i suoi spazi funzionali e quella forma urbana, rispecchiavano questo equilibrio, l’amore per gli alberi e per l’ambiente era anche e soprattutto frutto di necessità perché da quella organizzazione del terreno, delle alberature, dei campi, del territorio, si ricavava il sostentamento e quindi la vita.

 

M.Z. Che cosa è successo dunque che ha interrotto quell’armonia che forse fino al 1800 ancora regolava il rapporto tra architettura, ambiente, società e cultura?

G.R. Un pasticcio infinito. E’ successo che si è spersonalizzato tutto. C’è stata una frattura e l’architettura moderna è nata proprio da questa frattura, guarda ad esempio le case popolari (bellissime quelle degli anni 50 razionali, funzionali rispettose dell’ambiente e dell’uomo e guarda quelle attuali, orribili e invivibili ) la famiglia si è frantumata, così anche il lavoro e i vecchi, la cui saggezza ha dato tanto alla famiglia e alla società del passato recente, oggi devono andare a morire nelle RSA, c’è un degrado fortissimo sia culturale che concettuale e dunque ecco che la forma edilizia attuale, l’architettura nel suo complesso, corrisponde a questo stato, come uno specchio che riflette un’immagine che però a noi non piace.

M.Z. Dunque tutto quello che abbiamo studiato all’università e che tanto ci entusiasmava negli anni ’80 facendoci immaginare grandi carriere da architetti capaci di cambiare il mondo con una matita e tante buone idee, che fine ha fatto?

G.R. Checché se ne pensi, ora mi sento di dichiarare quello che sento: le forme “moderne” dell’architettura sono gratuite, capricci formali di “archistar” in vena di visibilità e successo che poco hanno a che vedere con l’ambiente in quanto non sono il risultato di processi di crescita umana e produttiva armoniosi, coerenti con l’ambiente e il paesaggio naturale. Le forme “alla Le Corbusier” sono il prodotto di processi creativi, quando non solo imitativi, del tutto estranei alla forma antropologicamente costruita su secoli di equilibrio tra l’uomo e il suo ambito naturale e sociale.  Seppure oggi le case, gli edifici, sembrano essere fatti bene, con tecniche e materiali d’avanguardia (anche se non sempre efficaci per la verità, vedi incendio di Milano) e rispondenti alle richieste di funzionalità dei cittadini c’è, di fondo, una mancanza assoluta di corrispondenza tra nucleo familiare, società e forma della città.

M.Z. Dunque una architettura che da pratica “concettuale” e creativa rivolta alla costruzione di spazi belli, funzionali in cui l’uomo possa ritrovarsi naturalmente in armonia con se stesso, con gli altri e con l’ambiente è diventata una pratica industriale (povera di contenuti e di idee) spesso in contrasto con il contesto sociale e ambientale in cui si inserisce?

G.R. Credo proprio di sì. Ecco perché io che ho insegnato architettura per tanti anni all’Università e scritto molti libri sul tema, non faccio l’architetto, non l’ho mai voluto fare (come te del resto) e perché preferisco fare il disegnatore, l’artista o il fumettista…

 

 

Giacomo Ricci

architetto progettista di spazi reali, spazi virtuali, musei virtuali, giardini e parchi, è stato professore in Tecnologia dell’Architettura e ha insegnato Progettazione Tecnologica Assistita dal calcolatore presso la Facoltà di Architettura di Napoli, quella di  Pescara e il Corso di Laurea in Edilizia di Cava de´ Tirreni.

Si è occupato costantemente negli anni di disegno di Architettura. Ha mostrato i suoi lavori in numerose mostre.

Ora si occupa di fumetto e rappresentazione 3D con il programma open source Blender.

Bibliografia

Ha, scritto numerosi saggi in riviste specializzate come “Nord e Sud” e per la pagina culturale di quotidiani come “Il Mattino” di Napoli.

Tra le sue opere più importanti si ricordano:

La cattedrale del futuro, Officina (1982); Hermann Finsterlin, Dedalo (1982); Casa, dolce casa, Clean, 1988; Il filo di Arianna, Electa (1994); Materiali e progetto di architettura, Cuen, 1996, La logica di Dedalo, Liguori (2001), Itinerari narrativi tra realtà e simulazione, Liguori (2006).

Ha scritto il romanzo Il sogno di Jeronimus Bauknecht. Viaggio in una città immaginaria Giannini (2009),

Ha scritto il Graphic Novel, Delitto a regola d’arte, Alos (2016)

e i noir Pietre di Fuoco e Lazzari (2012) che hanno come protagonisti il prof. De Luca e il fantasma di Renato Cartesio.