29 September, 2021
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Produrre capi in tessuto sintetico aiuta l’ambiente?

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I tessuti naturali fanno bene alla salute e alla terra ma ne richiedono tanta e ce n’è sempre meno, quelli chimici non richiedono terreni agricoli ma in compenso hanno un impatto ambientale enorme…

Se volete acquistare un capo di abbigliamento che non contenga sostanze nocive, nei coloranti o nei tessuti, dovete orientarvi con una certa difficoltà e andare alla ricerca di materie prima naturali se non addirittura biologiche con la lente di ingrandimento e una certa competenza linguistica per leggere le etichette. Il cotone biologico ad esempio è più sostenibile di quello convenzionale perché richiede meno acqua per crescere e si coltiva senza l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, il ché porta beneficio a chi lo coltiva e alla fertilità del terreno, ma provate a cercare in giro capi di questo tipo. Le aziende di produzione fanno fatica a creare prodotti di abbigliamento competitivi dal punto di vista del prezzo e della forma perché lavorare con materie prime naturali è molto più difficile che lavorare con poliesteri e elastane. I costi di produzione sono molto elevati e la concorrenza con la paccottiglia sintetica che abbonda sul mercato avviene su un piano non comprensibile a tutti e spesso la qualità va a farsi benedire in nome della praticità, dell’economia e della velocità di acquisto. Per non parlare dei benefici che un capo realizzato in fibre naturali apporta alla nostra salute rispetto ai danni che può provocare un capo sintetico, anche all’ambiente. Voi direte: cosa c’entra l’ambiente con il tessuto sintetico e con le nostre scelte di acquisto? C’entra eccome. l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) ci dice infatti che: i tessuti per l’abbigliamento indossati dagli europei sono per il 60% costituiti da fibre sintetiche. Il consumo globale di queste fibre è aumentato da poche migliaia di tonnellate nel 1940 ad oltre 60 milioni di tonnellate nel 2018 e continua a crescere. La produzione e il consumo di tessuti sintetici generano emissione di gas serra, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, consumo di suolo, di acqua e altre risorse, oltre ad un impatto ambientale derivante dall’uso di sostanze chimiche, mentre la produzione e l’uso di fibre sintetiche a base biologica è attualmente trascurabile. Il nylon (secondo una classificazione internazionale) ha il maggiore impatto sui cambiamenti climatici e sul consumo di combustibili fossili mentre, per quanto riguarda il consumo di suolo, di acqua e minerali, è invece il cotone che ha il maggiore impatto, per questo motivo sarà sempre più difficile avere alte produzioni di cotone e tessuti naturali mentre è molto più concreto il pericolo di uno sviluppo incontrollato del sintetico che non richiede risorse agricole ma molte risorse energetiche che causano  una enorme quantità di rifiuti non riciclati e microplastiche. A livello globale, si stima che solo lo 0,06% di tutti i rifiuti tessili venga riciclato in fibre da utilizzare in nuovi prodotti tessili. Nel 2015 sono stati generati a livello globale 42 milioni di tonnellate di rifiuti tessili sintetici, pari al 13% di tutti i rifiuti di plastica. Non dobbiamo meravigliarci dunque se alla cementificazione selvaggia corrisponde una crescente difficoltà a  trovare in commercio capi  di qualità e in tessuto totalmente naturale