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La storia del cinema nell’opera del maestro trevigiano RENATO CASARO

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Nel 1973, avevo da poco superato l’esame di maturità e mi dovevo iscrivere alla Facoltà di Architettura. Vivevo quel periodo tipico in cui non sai bene cosa fare del tuo futuro e pensi che tutte le strade siano percorribili e ogni opportunità vada colta al volo perché può rappresentare un’occasione per capire se il percorso di studi che hai scelto è adeguato alle tue potenzialità o invece un salto nel buio.

Grazie all’amicizia tra mio zio e Renato Casaro, all’epoca già artista affermato, ebbi la fortuna di poter frequentare per qualche tempo lo studio romano del maestro. Manifestavo già allora una certa propensione per il disegno e una esperienza sul campo, presso uno studio importante come quello di Casaro, non poteva che rafforzare le mie capacità e stimolare le mie attitudini. Ero già convinto di voler fare l’architetto, magari scenografo e illustratore ma, sostenuto in questo dalla mia famiglia, volevo verificare se davvero avevo le potenzialità per imboccare quella strada e, in ogni caso, ero curioso di vedere all’opera coloro che si occupavano di un settore creativo che mi affascinava moltissimo.

Fu una esperienza davvero straordinaria, della quale ancora oggi conservo un ricordo nitido ed esaltante. Vedere all’opera Renato Casaro e i suoi collaboratori e condividerne per qualche mese l’ambiente di lavoro quotidiano mi ha insegnato tantissime cose di cui ho fatto tesoro negli anni successivi e in tutta la mia attività creativa, sia come grafico che come insegnante.

Non esistevano in quegli anni i computers e Renato Casaro realizzava i suoi splendidi manifesti per il cinema con tecniche certamente raffinate ma strettamente legate alla sua personale abilità creativa e manuale. Partendo dalle foto che egli stesso scattava agli attori nel suo studio, otteneva le pose e le espressioni che voleva, realizzando poi su quella base il disegno a colori in uno stile quasi iperrealista. Partiva dai contorni e dalle ombreggiature a matita, poi colorava, con il pennello stendeva una serie di velature successive che rendevano sempre più corposo il disegno e sempre più definita l’espressione dei volti nei quali, secondo me, sta la sua straordinaria abilità di pittore e di grafico. Solo anni dopo è passato all’uso dell’aerografo. I suoi volti sono inconfondibili (nonostante non siano mancati i suoi imitatori) e assumono, rispetto alle foto di partenza, un carattere tipico di un linguaggio assolutamente originale che ha caratterizzato per decenni la cartellonistica cinematografica. Nel suo studio ricordo che mi cimentai in alcuni piccoli contributi da apprendista che non so che sviluppo abbiano poi avuto, lavorai ad un manifesto di un film francese mentre sul tavolo al mio fianco il grafico (bravissimo) disegnava i titoli di un film col pennello, con assoluta precisione, senza nemmeno una traccia a matita. Conosceva perfettamente decine e decine di caratteri. Una cosa mai più vista, impressionante. Con l’arrivo dei “trasferibili” e poi dei computers questa straordinaria abilità manuale è andata purtroppo perduta lasciando il posto a migliaia di font digitali che ciascuno può applicare con un semplice click…

Ho avuto la fortuna di conoscere il maestro Renato Casaro nei primi anni ’70 a Roma, quando ero poco più che ragazzino, lo ritrovo oggi dopo cinquant’anni a Treviso (dove è nato) nella splendida mostra dedicata al suo straordinario lavoro a cui non si può mancare assolutamente perché è davvero emozionante poter vedere da vicino le sue opere originali e le decine e decine di riproduzioni dei suoi manifesti che, oltre che aver segnato la storia dell’arte italiana del manifesto hanno raccontato cinquant’anni di storia del cinema.

Presso le sedi di Santa Margherita – Complesso San Gaetano e Museo Santa Caterina fino a maggio del 2022. www.museicivicitreviso.it