27 October, 2021
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La città ideale ovvero l’armonia perduta (Seconda parte)

Quella che dovrebbe esserci tra “contenitore” e “contenuto”. Come riconquistarla?

Dunque, è questo che i veri clowns vogliono dal loro pubblico: divertimento e riflessione, con una saggezza e una semplicità che trasparivano quella sera al circo in ogni loro gesto, in ogni battuta del loro numero esilarante e perfetto. Mentre li guardavo pensavo: come sarebbe bello se tutti coloro che hanno qualcosa da dare o da dire potessero avere imparato la leggerezza della poesia con cui trasferire le loro conoscenze, come sarebbe opportuno e utile che tutti coloro che hanno responsabilità nella scuola, nell’Università o nel Governo della nostra Cultura avessero le stesse doti di un clown, la stessa grazia nel trattare i concetti, la stessa saggezza nell’uso delle proprie competenze, la stessa impeccabile precisione nei gesti e negli sguardi…Ve lo immaginate un clown che diventa un “barone” universitario o che gestisce fondi pubblici per scopi personali o un Ministro dell’Istruzione o della Cultura con le doti fisiche, psicologiche e l’intelligenza di un clown che taglia i fondi alla sperimentazione e all’innovazione…Sarebbe possibile? Io credo di no.

Dopo i clowns lo spettacolo Orfei offriva un numero che definire incredibile è poco perché coinvolgeva degli animali che sinceramente non pensavo potessero essere addestrati in quel modo: i pappagalli.

Come si possa far fare a un pappagallo cose che richiedono atteggiamenti e posizioni talmente espressivi, quasi “umani” come quelli che ho visto quella sera, resta per me un mistero. Eppure, il loro giovane addestratore ci riusciva con disinvoltura, quasi come se conoscesse il linguaggio di questi volatili ( a proposito, non credo agli animalisti che denunciano “torture” da parte degli addestratori nei circhi, credo piuttosto ad una disciplina rigorosa nella comunicazione tra uomini e animali e alla conoscenza profonda che i circensi hanno dei loro compagni, con cui certamente parlano un linguaggio a noi sconosciuto ma sicuramente reciprocamente rispettoso). Anche questo numero sollecitava in me (all’epoca ancora insegnavo ma anche ora che sono in pensione penso le stesse cose) una riflessione sulla difficoltà di comunicazione sempre più evidente che c’è tra noi adulti e i giovani, tra docenti e allievi nelle scuole e nelle Università e dunque tra generazioni. Non esagero se dico che qualche volta ho sognato di avere allievi che fossero come questi simpatici pappagallini del circo. Non perché potessero ripetere “a pappagallo” ma perché fossero, come loro, colorati, capaci di volare basso e alto, in coppia e in gruppo, all’unisono o anche singolarmente!

Esagero (con la metafora) se auspico che la scuola e l’Università possano un giorno essere in grado di “addestrare” i loro “pappagalli” umani con la stessa abilità con cui questo magnifico addestratore del circo addestra i suoi uccellini? Che anche i nostri giovani studenti possano imparare a volare basso ma anche alto e con il senso delle proporzioni e della misura, senza scontrarsi tra loro, senza toccare il telo del tendone e senza sparare cacche sulla testa del pubblico pagante?

Forse esagero… Non so se possa essere accettato fino in fondo questo accostamento ma è solo un paradosso ovviamente con cui vorrei esprimere l’invidia che ho provato, da insegnante, per questi addestratori formidabili del circo, precisi, esigenti, severi ma teneri e affettuosi con i loro amici animali dai quali sembrano essere ricambiati con altrettanto amore e dedizione.

Dopo i pappagalli è stata la volta dell’equilibrista. E qui subentra sempre, oltre lo stupore, l’emozione…

E’ sempre affascinante ciò che si muove sul filo del pericolo e la tensione che si percepiva nel silenzio

del pubblico che con me assisteva alle evoluzioni dell’acrobata su di una strana macchina rotante, aveva un che di magico e di raggelante allo stesso tempo. Mentre la ruota girava sul perno sospeso alle strutture del tendone, l’equilibrista camminava in senso contrario alla rotazione, all’esterno, effettuando ripetute evoluzioni, capriole, salti e giravolte nel vuoto. Senza alcuna protezione!

La simbologia più facile dell’equilibrista, la prima che mi veniva in mente osservando le sue evoluzioni, è quella del tipo sempre sulla cresta dell’onda, capace di muoversi tra mille pericoli e di districarsi con disinvoltura tra mille difficoltà uscendone sempre indenne e pimpante tra gli applausi di ammirazione.

Un vincente…

 

La città ideale ovvero l’armonia perduta (terza parte)